PERUGIA – L’Umbria cerca di fare il salto di qualità nel rapporto aziende-tecnologia.
Nel 2025 investe nel digitale il 67,6% delle imprese umbre attive (52.577 su 77.777), contro il 71,8% nazionale: mancano circa 3.500 aziende per allinearsi al dato italiano. Ma il divario cresce quando si misura quante voci dell’innovazione vengono attivate insieme nei 3 ambiti chiave (tecnologico, organizzativo. Modelli di business): è qui che il ritardo pesa di più, nonostante il recupero dopo la caduta del 2024.
Nel 2025 l’Umbria recupera terreno dopo la frenata del 2024, ma resta sotto la media italiana. E soprattutto paga un ritardo più profondo, meno visibile ma più decisivo: quello nella qualità degli investimenti digitali. Non è solo una questione di quante imprese investono, ma di quanto l’innovazione entri davvero nell’impresa, collegando tecnologie, organizzazione e modelli di business.
È questo il punto centrale che emerge dai dati del Sistema informativo Excelsior, curato da Unioncamere e Ministero del Lavoro. Un sistema noto soprattutto come riferimento nazionale per le previsioni di assunzione mensili e trimestrali e per la loro tipologia, ma che da alcuni anni monitora anche la transizione digitale e quella ecologica delle imprese, regione per regione e provincia per provincia. Il campione è molto ampio, supera le 100mila imprese costantemente monitorate, e rende il quadro particolarmente attendibile. Le cifre sono state poi organizzate e analizzate dalla Camera di Commercio dell’Umbria.
Il primo dato riguarda la diffusione degli investimenti digitali. Su 77.777 imprese umbre attive nel 2025, cioè effettivamente operanti e non soltanto registrate, 52.577 hanno effettuato investimenti in innovazione digitale. La quota è pari al 67,6%. La media italiana è al 71,8%. Il divario a sfavore dell’Umbria è quindi del 5,8%. Tradotto: per allinearsi al dato nazionale, mancano circa 3.500 imprese umbre attive che investano nel digitale.
Ma fermarsi a questo numero significa leggere solo metà della storia. Gli aspetti chiave sono due, e non uno soltanto. Il secondo è l’intensità degli investimenti: quante voci dell’innovazione digitale vengono attivate dentro l’azienda e quanto questi interventi dialogano tra loro. Perché la trasformazione digitale, per essere efficace, non coincide con il solo acquisto di tecnologie. Richiede l’interazione tra tre ambiti: tecnologico, organizzativo e modelli di business.
Su questo terreno il ritardo umbro si allarga: il gap rispetto alla media nazionale sale al 9,7%. È qui che il dato diventa più significativo. Il problema non è solo la base delle imprese che investono, ma la tendenza a concentrare gli interventi su meno fronti, con una minore integrazione tra strumenti, processi interni e lettura del mercato.
L’indicatore di intensità è costruito prendendo in considerazione 13 voci complessive: cinque dell’ambito tecnologico, quattro dell’ambito organizzativo e tre dei modelli di business. Avendo a disposizione le percentuali delle imprese che hanno innovato in ciascuna voce, è stato possibile sommare tali percentuali e confrontare i risultati di Italia, Umbria e delle province di Perugia e Terni. Il risultato è netto: conta non solo quanto si investe, ma dove si investe, in quante voci e con quale correlazione tra gli interventi.
Il ritardo, infatti, non è confinato a un singolo segmento. In nessuna delle voci dei tre ambiti in cui si sostanzia l’innovazione digitale l’Umbria supera il dato italiano. Le distanze maggiori si osservano in tre aree che raccontano bene la natura del gap. Nell’ambito tecnologico, la voce “Realtà aumentata e virtuale a supporto dei processi produttivi” coinvolge il 15% delle imprese umbre che hanno investito nel digitale, contro il 21% della media italiana. Nell’ambito organizzativo, l’adozione di strumenti di lavoro agile si ferma al 22% in Umbria contro il 27% nazionale. Nei modelli di business, il divario più ampio è nella voce “Utilizzo dei Big data per analizzare i mercati”: 17% in Umbria contro 20% in Italia.
Lo sguardo al triennio 2023-2025 aiuta a leggere la traiettoria con maggiore precisione, negli anni in cui la questione dell’intelligenza artificiale si è imposta nel campo dell’innovazione tecnologica. L’Umbria migliora: la quota di imprese attive che investono nel digitale passa dal 66% del 2023 al 67,6% del 2025. Ma l’Italia cresce di più: dal 66,2% al 71,8%. Così un divario quasi nullo nel 2023, circa -0,3%, si trasforma in una distanza del -5,8% nel 2025.
Va letto anche il passaggio intermedio, decisivo per capire il profilo dell’anno. Nel 2024 l’Umbria aveva subito una caduta marcata: la quota delle imprese attive che investono nel digitale era scesa al 61,7%, dal 66% del 2023. In Italia, invece, non si era registrata una contrazione analoga, ma solo un rallentamento della crescita. Il 2025 è quindi un anno di recupero, non ancora di riallineamento.
Quanto al confronto interno, Perugia registra il 67,9% di imprese attive coinvolte nell’innovazione digitale, Terni il 66,7%: una distanza modesta. Terni, però, mostra un lieve vantaggio sull’intensità degli investimenti digitali, cioè sul numero di voci attivate nei tre ambiti, con un +0,5% rispetto a Perugia. Per il resto le due province risultano allineate, con differenze nelle preferenze di intervento legate alla diversa struttura produttiva e alle specificità settoriali.
C’è infine un segnale puntuale ma significativo. Terni è l’unica provincia umbra che, in almeno una delle 13 voci considerate, raggiunge la media nazionale: accade nella “Sicurezza informatica”, dove la quota delle imprese che hanno investito nel 2025 in questa voce è pari al 39%, lo stesso dato dell’Italia. In tutte le altre voci, sia Perugia sia Terni restano sotto la media nazionale.
Il ritardo umbro è reale ma colmabile: la priorità è allargare la base delle imprese che innovano e, insieme, aumentare l’integrazione degli interventi lungo tutta la catena dell’innovazione digitale diffusa.
«Questi numeri ci dicono una cosa molto chiara: l’Umbria non è ferma, ma deve fare un salto di qualità – afferma il presidente della Camera di commercio regionale, Giorgio Mencaroni – Non basta aumentare il numero delle imprese che investono nel digitale, bisogna rendere questi investimenti più profondi, più connessi, più capaci di cambiare davvero l’organizzazione e il modo di stare sul mercato. È lì che si gioca la competitività dei prossimi anni. Noi insistiamo da tempo su questo punto, insieme al tema della transizione ecologica, perché oggi crescita e innovazione camminano insieme. Il dato del 2025 mostra un recupero, ma anche una distanza da colmare con rapidità, visione e scelte concrete. La sfida è trasformare il ritardo in una occasione di modernizzazione diffusa del sistema produttivo umbro».

