TERNI – La decisione del sindaco Bandecchi di azzerare l’intera giunta dopo tre anni di amministrazione, presentandola come un necessario “cambio di passo”, non è un segnale di forza. È, piuttosto, un’ammissione di colpa. Quando un sindaco sceglie di sostituire in blocco la propria squadra, scaricando su di essa responsabilità e ritardi, sta implicitamente riconoscendo che il suo progetto politico e amministrativo non ha funzionato.
La giunta non è un corpo estraneo: è espressione diretta del sindaco, ne interpreta la visione, ne esegue l’indirizzo politico. Se oggi si parla di discontinuità, significa che fin qui quella visione è stata insufficiente. E la città se ne è resa conto.
Terni vive da tempo un declino che non è solo economico, ma culturale e sociale. Una città che sembra aver smarrito persino la memoria del proprio glorioso passato industriale e civile. Sul piano culturale, il simbolo più evidente è la ormai atavica assenza di un teatro funzionante: una ferita aperta che continua a sanguinare tra annunci, rinvii e il quotidiano “balletto” attorno al Teatro Verdi. Dopo gli sforzi compiuti allo scrivente in veste di vicepresidente della regione per riportare a Terni eventi di respiro nazionale come Umbria Jazz, ancora una volta abbiamo perso questo treno ed oggi ci si ritrova un’offerta che fatica ad andare oltre iniziative provinciali, altro che “Dubai”. Non è una questione di nostalgia, ma di ambizione. Sul versante economico, la città appare immobile. L’area di crisi complessa, firmata da me quasi dieci anni fa con il ministro Calenda, avrebbe dovuto rappresentare uno strumento strategico per la riconversione industriale e il rilancio. Oggi, invece, è rimasta priva di una visione concreta, senza una strategia cconcreta in questi anni le classi dirigenti locali non hanno saputo costruire un’interlocuzione efficace con una Regione che, a sua volta, appare carente di progettualità sul futuro di Terni.
Senza programmazione e capacità di fare sistema, gli strumenti restano scatole vuote.
Il disagio sociale cresce, mentre le politiche di sicurezza – tanto evocate – non hanno prodotto alcun risultato percepibile.
Per cinque anni il dibattito politoco cittadino è rimasto inchiodato alla boutade stadio-clinica, una promessa che ha monopolizzato l’agenda pubblica senza tradursi in un reale salto di qualità e senza rappresentare il vero tema su cui costruire futuro di Terni.
Ora il tema nuovo ospesenza che viene affrontato con numeri campati per aria, nel dibattito senza un disegno complessivo, senza inyerlocuzione con gli attori della città a partire dagli operatori della sanità e senza una strategia sanitaria integrata che tenga conto del ruolo di Terni nel sistema regionale.
A valle di tutto questo, resta il piagnisteo e la rivendicazione continua nei confronti del capoluogo di Regione. Una narrazione che alimenta tifoserie ma non governa i problemi. Quando le classi dirigenti, anziché programmare e costruire, si rifugiano in sterili contrapposizioni territoriali, è perché manca una visione del futuro.
La collocazione di Terni nel contesto regionale e del Centro Italia è una questione seria, che va affrontata con progettualità, valorizzando le proprie peculiarità industriali, ambientali, logistiche e culturali. Non inseguendo la brutta copia di ciò che accade nel nord della regione, ma costruendo una proposta autonoma, credibile e moderna.
Sì, Sindaco, un cambio di passo è necessario. Ma il punto è un altro: chi ha guidato la città fin qui è davvero nelle condizioni di offrirlo? Terni merita una classe dirigente capace di visione, programmazione e responsabilità. Perché una città che un tempo rappresentava un modello industriale e civile non può rassegnarsi a essere ricordata, talvolta con ironia a livello nazionale, più per le sue polemiche che per i suoi risultati. Il vero cambio di passo non si annuncia. Si costruisce. E soprattutto, si dimostra


