di Marco Vinicio Guasticchi*
PERUGIA – Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno curioso: sacerdoti, amministratori e insegnanti che partecipano a momenti pubblici legati alla fine del Ramadan, spesso in nome del dialogo e dell’integrazione. Scene che vengono raccontate con orgoglio, come segno di apertura e modernità. Ma a molti, inevitabilmente, nasce una domanda: dov’è il gesto reciproco?
È una domanda legittima, ma rischia di essere posta male. Perché presuppone che le religioni funzionino allo stesso modo, con le stesse regole e la stessa idea di partecipazione. Non è così. Nell’Islam, prendere parte a riti di un’altra religione può essere visto come inopportuno dal punto di vista teologico. Non per ostilità, ma per coerenza interna. Allo stesso modo, anche molti cristiani praticanti evitano di partecipare a riti che non appartengono alla propria fede.
E allora cosa vediamo davvero? Vediamo, da una parte, una società occidentale sempre più incline a trasformare la religione in fatto culturale, sociale, quasi simbolico. Partecipare a un iftar o a una festa di fine Ramadan diventa un gesto di cortesia, più che un atto religioso. Dall’altra, troviamo comunità che vivono la religione in modo più identitario, dove certi confini restano netti.
Il risultato è una percezione di squilibrio. Ma è uno squilibrio reale o solo apparente?
Perché se è vero che raramente vediamo delegazioni islamiche partecipare a messe di Natale o celebrazioni di Pasqua, è altrettanto vero che la convivenza quotidiana è fatta di piccoli gesti meno visibili: auguri, rispetto dei tempi religiosi, attenzione alle sensibilità reciproche.
Il punto critico, semmai, è un altro. Quando il dialogo diventa esibizione. Quando la partecipazione a eventi religiosi altrui non nasce da una reale comprensione, ma da una necessità di mostrarsi “aperti” a tutti i costi. In questi casi, il rischio è di svuotare il significato sia della propria fede sia di quella altrui.
E poi c’è un tema che non può essere ignorato: la legalità e la qualità degli interlocutori. Partecipare a eventi organizzati in contesti poco chiari o guidati da figure controverse non aiuta il dialogo, lo indebolisce. Anzi, alimenta diffidenza e polemiche, dando l’impressione che l’apertura sia più ingenua che consapevole.
La vera reciprocità, forse, non si misura nella presenza fisica alle feste religiose. Si misura nella capacità di riconoscere limiti e differenze senza trasformarle in accuse. Nel rispetto autentico, che non ha bisogno di palcoscenici.
Perché il dialogo, quello serio, non è una passerella. È un equilibrio fragile, che richiede meno gesti simbolici e più coerenza.
Ma certamente vedere alti prelati essere indulgenti nei confronti di un islam illegale ed intransigenti nei confronti delle debolezze dei cristiani ci fa comprendere perché molti cattolici sono diventati tiepidi o ostili nei confronti della Chiesa.
*già presidente della Provincia di Perugia


