Settori tessile, abbigliamento e calzature in Umbria. «Oggi meno importante che nel passato, Si poteva fare di più per salvarlo?»

L’intervento di Claudio Ricciarelli, ex dirigente sindacale Cisl

di Claudio Ricciarelli, ex dirigente sindacale Cisl

PERUGIA – Sono stati gli anni 70/80 quelli della massima crescita del settore della “moda” in Umbria.
Circa 50 mila addetti fra dipendenti e imprese, il secondo settore, dopo quello meccanico, della manifattura umbra.
Una presenza femminile dell’80%. Si potrebbe dire che ha rappresentato per molte donne una sorta di seconda emancipazione economica dopo quella civile degli anni 50/60.
La provincia di Perugia ha rappresentato, in quegli anni, una sorta di 3° polo della moda in Italia dopo Milano e Firenze.
Aziende importanti come Spagnoli (angora maglieria), Ellesse (abbigliamento sportivo), Ginocchietti (alta moda), Igi (calzature), Ingram (camiceria), Ciai (intimo), Lebole (classico),Lanificio di Ponte Felcino e Cotonificio di Spoleto (tessuti) insieme ad un fitto e diffuso sistema di piccole aziende, in gran parte terziste, connesse con questi marchi importanti hanno contribuito a fare “grande” questo settore che ha prodotto valore, reddito e occupazione per oltre un ventennio.
Oggi questo settore conta appena 12 mila addetti e poco più di mille imprese.
Per capire come e perché si sono persi in 30 anni l’80% di addetti si deve anche riflettere sulle cause di contesto internazionale oltre agli errori e limiti di carattere locale.
Cosa è successo nel Mondo fra l’inizio e la fine degli anni 90?
Prima, con la caduta del Muro di Berlino, oltre che riconquistare libertà e democrazia per molti Paesi e popolazioni dell’Est Europa si sono anche spalancate le porte al fenomeno delle delocalizzazione selvagge.
L’offerta di manodopera femminile esperta e qualificata e a basso salario ha attratto investimenti e fatto sì che, purtroppo, anche il settore dell’abbigliamento non rimase escluso da questo fenomeno.
Successivamente, fine anni 90, con il Wto si è avviata la fase della globalizzazione dell’economia e dei mercati con la libera circolazione delle merci senza un sistema solido di regole e obblighi comuni tra Paesi e Continenti.
L’idea, dell’allora presidenza Clinton, era quella di credere che con la diffusione dell’economia di mercato si sarebbe automaticamente diffusa anche la democrazia liberale nel Mondo e, con essa, anche i diritti civili, politici e sindacali nelle società e nel mondo del lavoro.
Purtroppo non è andata proprio così!
Nel mondo, anche grazie al progresso tecnologico, la ricchezza è cresciuta e in parte anche si è diffusa ma le disuguaglianze, nella distribuzione del reddito e della ricchezza, Occidente compreso, si sono di molto accentuate.
Le filiere produttive si sono allungate e la catena del valore, allungandosi, si è spostata dall’Occidente all’Oriente.
Il settore della “Moda” è stato la prima vittima di questo fenomeno, un processo che poi ha interessato un po’ tutti i settori.
Tornare indietro, nel riaccorciare le filiere industriali e le catene del valore non sarà un processo semplice né facile anche se diviene indispensabile, almeno a livello dei singoli Continenti a partire dall’Europa.
Il caos mondiale esploso e i conseguenti conflitti in atto nel Mondo dovrebbero imporci qualche riflessione critica anche sulle scelte compiute in campo economico, finanziario, tecnologico ed energetico e sui cambiamenti climatici e demografici in atto.
Certo, nella trasformazione del settore della Moda, hanno inciso anche i processi di innovazione tecnologica, si pensi, ad esempio, ai sistemi laser nel ciclo del taglio o al passaggio dall’analogico al digitale.
Spesso le flessibilità nelle dinamiche commerciali e di mercato, la stagionalità tipica del settore, la stessa gestione degli orari di lavoro fortemente avvertita e diffusa nel settore, non è stata sempre accompagnata da processi di contrattazione condivisa e di scambi virtuosi di convenienze tra le stesse parti sociali nell’ambito della contrattazione aziendale tipo flessibilità verticale degli orari di lavoro e di impiego, riduzione degli stessi e difesa della occupazione (si pensi alla lunga vertenza sindacale con Ginocchietti sulla “banca delle ore”) che non è mai riuscita a prendere il verso giusto!
Poi c’è anche da dire che la stessa innovazione sui prodotti e modelli non è stata sempre a “perdere” occupazione.
Un esempio è il caso felice di Cucinelli bravissimo nel trasformare in colori il kashmir e farne diventare un business capace di dare lavoro a quasi 10 mila persone in Umbria anche se non sempre “è tutto oro ciò che luccica”!
Una crescita esponenziale che, certo, non ha compensato le enormi perdite subite dal settore negli anni successivi al 90 ma almeno ne ha ridotto le conseguenze sociali.
Ciò che era nelle “mani” delle Istituzioni, delle imprese e delle parti sociali e che si poteva fare non sempre lo si è fatto abbastanza e ciò ha contribuito a disperdere le potenzialità di un settore, la produzione, il valore, il reddito e il lavoro che è stato garantito per oltre un ventennio e che oggi non c’è più.

  • Strutturare il Polo/distretto perugino della Moda;
  • Facilitare l’integrazione del ciclo del settore tessile con l’abbigliamento;
  • Organizzare infrastrutture e servizi funzionali tipo fiere, esposizioni, attività promozionali commerciali comuni;
  • promuovere cooperazione fra imprese (consorzi cluster);
  • qualificare e irrobustire il settore delle piccole imprese e del terzismo;
  • Irrobustire il sistema della bilateralità e del sostegno al reddito,

Ricordo le centinaia di “Contratti di emersione” stipulati negli anni 80 per la graduale applicazione dei CCNL (contratti collettivi nazionali di lavoro) per i dipendenti delle piccole imprese terziste del settore in cambio della possibilità, per quest’ultimi, di beneficiare di una parziale fiscalizzazione degli oneri sociali.
Una delle più importanti campagne di sindacalizzazione di massa che poi ha portato anche alla costituzione dell’EBRAU (Ente Bilaterale Regionale dell’Artigianato Umbro).
Per concludere vorrei dire che, oggi, è più che mai importante riflettere anche sulla storia di questo settore in Umbria non solo per ricostruirne e conservarne la memoria ma anche per estrarne delle indicazioni utili ad orientare le azioni necessarie per il presente e il futuro di un settore che ha fatto la storia di questa Regione e che può e deve, in essa, continuare a produrre ricchezza, reddito e lavoro.

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