«Quando la solidarietà non va in vacanza e sostituisce le chiacchiere»

PERUGIA – Mentre le città si svuotano e molti dei nostri politici si concedono le vacanze al mare, alle terme o alle sagre, c’è chi continua a percorrere le strade della città per assistere le persone senza dimora.
Sono coloro che appartengono alle associazioni di volontariato, impegnati anche di notte, nei giorni festivi e durante i periodi tradizionalmente dedicati alla famiglia e agli amici.
Il loro servizio comporta rinunce concrete: una cena saltata, una festa trascorsa lontano dai propri cari, un’uscita con gli amici rimandata.
Non cercano passerelle o riconoscimenti.
Portano acqua, cibo, bevande, coperte e prodotti per l’igiene, ma soprattutto ascolto e dignità.
Se è vero che la presenza pubblica fa parte dell’attività politica, davanti a un’emergenza sociale tanto grave le fotografie sorridenti e le passerelle estive rischiano di apparire lontane dalla realtà vissuta nelle strade.
Il punto non è stabilire chi abbia diritto a una vacanza, ma chiedere a chi governa, indipendentemente dal colore politico, la stessa continuità e la stessa attenzione dimostrate dai volontari.
La solidarietà non può poggiare quasi esclusivamente sulla disponibilità di cittadini che sacrificano affetti, riposo e tempo libero.
La situazione appare ancora più grave considerando che il rifugio comunale dispone di appena 28 posti, e che ogni ospite non può rimanervi per più di venti giorni.
Molte sono state le richieste alle istituzioni di ulteriori interventi tendenti ad ampliare l’offerta di ricoveri, ma l’impegno (anzi il disimpegno) della destra e della sinistra è stato lo stesso.
Entrambe le parti hanno ritenuto sufficiente allontanare queste persone dal salotto buono, dal centro storico frequentato dai turisti, così fingendo che il problema non esista.
Tutto questo descrive una risposta chiaramente insufficiente rispetto a un problema complesso e continuativo e che è in continuo aumento.
Dopo venti giorni, infatti, la fragilità non scompare.
In un periodo così breve è spesso impossibile trovare una sistemazione abitativa, curare problemi sanitari o ricostruire una rete sociale.
Il rischio è che il rifugio diventi soltanto una parentesi, al termine della quale la persona venga ricondotta nello stesso punto da cui era partita: la strada.
Servono più posti, permanenze commisurate alle necessità individuali, assistenza sanitaria e psicologica, orientamento lavorativo e percorsi abitativi concreti.
Occorre inoltre un coordinamento stabile tra Comune, servizi sociali, strutture sanitarie e associazioni, affinché l’intervento non si limiti alla gestione momentanea dell’emergenza.
A tutti coloro che assistono queste persone va riconosciuto un merito enorme che, di converso, mette in luce ciò che manca: una politica capace di trasformare la solidarietà quotidiana in una strategia pubblica duratura al di la’ dei proclami.
Non basta ringraziarli nelle ricorrenze o apparire accanto a loro per una fotografia.
Non basta fare post sui social e poi girarsi dall’altra parte.
Bisogna garantire mezzi, strutture, personale e percorsi di reinserimento.
Il volontariato può affiancare le istituzioni, ma non può e non deve sostituirle.
Quando un volontario rinuncia a una festa di famiglia o lascia gli amici per distribuire acqua, cibo e coperte, non sta soltanto compiendo un gesto generoso.
Sta ricordando a tutti, e soprattutto alla politica, che la dignità delle persone non va in vacanza.
E che una comunità si misura non dalle fotografie delle sue passerelle, ma da ciò che fa concretamente per chi non ha nemmeno una porta da chiudere la sera.

Lettera firmata

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