di ELENA CECCONELLI
TERNI – Mangiare bene non significa semplicemente seguire una dieta. Significa imparare ad ascoltare il proprio corpo, comprendere le proprie esigenze e trasformare l’alimentazione in uno strumento di benessere e prevenzione. È questo il punto di vista di Enrica Pinchi, biologa nutrizionista, che ha scelto di mettere insieme la passione per la scienza con il desiderio di accompagnare le persone verso uno stile di vita più consapevole. Ternana, dopo gli studi a Roma ha deciso di tornare nella sua città, dove oggi riceve anche nel suo studio. Un ritorno alle proprie radici che si intreccia con una professione vissuta non soltanto attraverso numeri, calorie e bilance, ma soprattutto attraverso il rapporto con i pazienti.
A Umbria7, Enrica Pinchi racconta la sua idea di nutrizione, i cambiamenti avvenuti nel modo di approcciarsi all’alimentazione e gli errori più frequenti di chi prova a perdere peso affidandosi al fai-da-te.
Come nasce la scelta di diventare biologa nutrizionista? «Nasce dall’incontro tra la mia passione per la scienza e i processi biochimici, l’interesse per il benessere e il desiderio di aiutare le persone a stare meglio attraverso il cibo. Ho scelto questa professione proprio per trasformare la complessità della scienza in indicazioni pratiche e sostenibili. Credo nella nutrizione come strumento di prevenzione e di cura della persona».
Quanto ha influito essere ternana nella sua formazione personale e professionale? C’è un legame particolare con la sua città? «Il legame con Terni è molto profondo. Sono cresciuta qui fino ai vent’anni e qui vivono ancora i miei genitori. Inoltre, essendo entrambi nel campo della medicina, ho respirato fin da piccola questo mondo. Dopo gli studi a Roma, ho sentito il desiderio di tornare e oggi ricevo anche a Terni, dove ho scelto di aprire uno studio e tornare ogni settimana».
Quali sono oggi gli aspetti del suo lavoro che le danno maggiore soddisfazione? «Vedere le persone stare meglio. Non parlo solo di peso, ma di pazienti che recuperano energia, smettono di sentirsi gonfi, imparano ad ascoltare il proprio corpo e acquisiscono maggiore consapevolezza. E poi c’è la relazione di fiducia che si crea: sentirsi ascoltati è già una parte importante del percorso».
Nel corso degli anni è cambiato il suo modo di concepire la nutrizione? «Sicuramente. Sono cambiate la società, le abitudini e i problemi con cui ci confrontiamo. Oggi abbiamo ritmi più frenetici e una quantità enorme di informazioni, non sempre corrette. Per questo il mio approccio è sempre più orientato alla personalizzazione: non esiste un’alimentazione valida per tutti, esiste quella più adatta alla persona che ho davanti».
Quanto è importante, nel suo lavoro, andare oltre il semplice “mettere a dieta” una persona? «È fondamentale. Il mio approccio si riassume nel mio motto: “Mangia sano, pensa bene e muoviti di più”. Non si tratta semplicemente di consegnare una dieta, ma di lavorare sull’alimentazione, sulla consapevolezza, sul movimento e sulle abitudini. Credo che l’approccio e la relazione con il paziente siano già metà della cura: ascoltare, comprendere la persona e costruire con lei un percorso realmente sostenibile è fondamentale per ottenere risultati che possano durare nel tempo».
Quali sono gli errori più frequenti quando si cerca di perdere peso autonomamente? «Affidarsi a diete trovate su Internet, consigli di amici o parenti e, oggi, anche all’intelligenza artificiale senza una valutazione professionale. Un altro errore è demonizzare determinati alimenti o ricorrere a diete drastiche. Spesso ci si concentra troppo sul numero della bilancia, dimenticando composizione corporea, ritenzione, sonno e stile di vita».
Quanto incidono stress, abitudini, ritmi di lavoro e rapporto emotivo con il cibo? «Incidono moltissimo, perché l’alimentazione non può essere separata dalla vita della persona. Per questo non consegno semplicemente una dieta standardizzata, ma cerco di capire le abitudini, i ritmi e il momento che il paziente sta vivendo. Il percorso deve adattarsi alla persona, non il contrario».
Quanto è importante diffidare dei percorsi troppo rapidi e delle promesse di risultati immediati? «È fondamentale. Il mio approccio parte dall’educazione alimentare e dalla consapevolezza, qualunque sia l’obiettivo. Un percorso efficace non dovrebbe insegnare soltanto a raggiungere un risultato, ma a mantenerlo nel tempo attraverso nuove abitudini».
Qual è il consiglio per chi vuole iniziare oggi un percorso ma non sa da dove cominciare? «Il primo consiglio è evitare il fai-da-te e affidarsi a un professionista qualificato. Oggi abbiamo tantissime informazioni, ma non sempre sappiamo interpretarle. Un percorso personalizzato permette di capire da dove partire e quali cambiamenti siano realmente sostenibili. Non serve cercare la perfezione: servono piccoli cambiamenti che possano diventare abitudini».


