di Paolo Coletti
PERUGIA – La crisi politica e sociale che attraversa molte aree dell’Occidente ha un fattore troppo spesso trascurato dal dibattito politico: lo spopolamento qualificato e il declino economico relativo. Quando un territorio perde la parte più giovane, scolarizzata ed energica della sua popolazione, le conseguenze sociali ed elettorali si polarizzano rapidamente. E tra le cause di fondo c’è un elemento molto concreto, di natura materiale e strutturale. Per chi non la conosce, Alternative für Deutschland (AfD) è un partito di destra nato nel 2013 come formazione euroscettica e poi spostatosi sui temi dell’immigrazione e dell’identità nazionale. Oggi è tra le forze più votate in Germania, soprattutto all’Est. Il suo inquadramento è conteso: l’intelligence interna tedesca l’aveva classificata come formazione di estrema destra con riferimenti neo nazisti, ma a febbraio 2026 il Tribunale amministrativo di Colonia ha sospeso in via cautelare quella classificazione, ritenendo che gli elementi anticostituzionali, pur sospettati, non siano la caratteristica dominante del partito.
La questione è aperta e questo articolo non la risolve. Il punto è un altro: un voto così concentrato e radicale in certi territori può essere letto anche come il sintomo di un malessere sociale, prima ancora che come la sua causa e questo malessere ha radici materiali che si possono misurare. Lo mostra l’Est della Germania. In Sassonia-Anhalt, alle regionali del 6 settembre 2026, l’AfD è stata il primo partito con il 43,8% dei voti di lista, a un passo dalla maggioranza assoluta dei seggi (39 su 83). In Turingia, nel 2024, era arrivata prima con il 32,8%; in Sassonia, nello stesso anno, è stata seconda di poco più di un punto dietro la CDU (30,6% contro 31,9%). I dati non autorizzano a ridurre questo consenso all’immigrazione: in Sassonia gli stranieri sono l’8,4% dei residenti, contro il 14,9% della media federale. La stessa Commissione europea, nella comunicazione del 2023 sulla talent development trap (la trappola dei talenti), avverte che le disparità territoriali fanno crescere il numero di persone e comunità che si sentono lasciate indietro, alimentando il malcontento politico. Nella definizione di Bruxelles, la trappola dei talenti riguarda le regioni in cui la popolazione in età lavorativa cala in modo accelerato e la quota di laureati è bassa e ferma. Sono 46 quelle già in questa condizione, tra cui la Sassonia-Anhalt, scelta nel novembre 2023 fra le dieci regioni destinatarie dell’assistenza tecnica del Talent Booster Mechanism; altre 36 sono considerate a rischio per l’emigrazione dei 15-39enni. Nella mappa della Commissione, secondo l’analisi di EDJNet e del Sole 24 Ore, figura tra le regioni italiane evidenziate anche l’Umbria.
Fatte le dovute proporzioni, l’Umbria condivide con l’Est tedesco tre tratti fondamentali. L’invecchiamento demografico. Al 1° gennaio 2025 l’indice di vecchiaia umbro era 247,4 (quasi 25 anziani ogni 10 bambini), contro il 207,7 della media italiana. L’età media regionale ha raggiunto i 48,4 anni. Il divario di reddito. Nell’Est tedesco i dipendenti a tempo pieno guadagnavano nel 2024 in media 3.973 euro lordi al mese, contro i 4.810 dell’Ovest: il 17,4% in meno. In Umbria la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti è inferiore dell’11,2% rispetto alla media italiana (Camera di Commercio dell’Umbria su dati Istat). Il reddito dichiarato per contribuente nel 2024 è di 24.800 euro, il 3,9% in meno rispetto alla media nazionale di 25.800 euro. Tra i lavoratori autonomi la distanza è più netta: 55.200 euro contro i 63.600 della media nazionale. È il livello più basso di tutto il CentroNord. La fuga dei laureati. È qui che il quadro richiede maggiore attenzione. Un’analisi dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre rileva che tra il 2019 e il 2024 l’Italia ha avuto un saldo positivo di 9.593 laureati tra i 25 e i 34 anni: 78.247 italiani in uscita al netto dei rientri, 87.840 stranieri in entrata. L’Umbria chiude a +278, ma la composizione è eloquente: i laureati italiani hanno un saldo di -1.138, compensato dai +1.416 stranieri arrivati. E il conto riguarda solo i trasferimenti con l’estero. Se si aggiungono quelli verso le altre regioni, la Camera di Commercio dell’Umbria, su dati Istat, stima per i laureati italiani di 25-34 anni un saldo di circa -2.700 tra il 2019 e il 2025. Sui laureati di 25-39 anni, l’indicatore Istat del 2023 colloca l’Umbria a -14,7 ogni mille laureati residenti: il peggior dato del Centro-Nord, contro il -6,2 dell’Italia e il -0,1 del Centro. A Terni il valore è di -23,5, a Perugia di 12,0. Il saldo aritmetico, dunque, rassicura solo chi si ferma alla superficie. La riprova dell’asimmetria qualitativa tra chi parte e chi arriva emerge dall’incrocio tra le traiettorie dei giovani laureati e la struttura economica locale. I dati disponibili non consentono di affermare con precisione quale sia la composizione disciplinare dei laureati umbri che emigrano, ma mostrano un fenomeno inequivocabile: l’Umbria perde progressivamente giovani altamente qualificati verso il Nord Italia e l’estero. Nel 2023 il tasso migratorio netto dei laureati italiani tra 25 e 39 anni è sceso a -4,8 per mille, il valore peggiore tra le regioni del Centro-Nord. E proprio le competenze maggiormente richieste dal mercato presentano in Umbria tassi di occupazione più elevati: tra i laureati magistrali degli atenei umbri, a un anno dal titolo, lavorava l’80 per cento dei laureati STEM, contro il 69 per cento di quelli dell’area artistica, letteraria ed educativa.
Il problema, quindi, non è semplicemente quanti laureati entrino o escano dall’Umbria, ma quali competenze il territorio riesca a trattenere e quali opportunità offra loro. Ed è proprio qui che il saldo quantitativo rischia di diventare fuorviante: una regione può anche compensare numericamente parte delle proprie uscite con nuovi ingressi, senza per questo ricostituire lo stesso capitale umano che ha perduto. A questo fenomeno fa da specchio la debolezza strutturale della domanda di lavoro regionale: le rilevazioni del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e delle Camere di commercio mostrano che in Umbria appena l’8,1% delle entrate programmate dalle imprese richiede un titolo universitario, a fronte di una media nazionale già contenuta dell’11,6%. La netta prevalenza di micro e piccole imprese sul territorio limita la capacità di assorbimento del capitale umano tecnico-scientifico. Il risultato è un doppio corto circuito: da un lato l’esodo dei giovani laureati nelle discipline scientifiche formati dagli atenei umbri; dall’altro il rischio del cosiddetto brain waste (sottoutilizzazione delle competenze) per i profili qualificati entranti, costretti a confrontarsi con un tessuto produttivo sbilanciato sui servizi a basso valore aggiunto. Il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, la pone come sfida centrale: trasformare la capacità di formare in capacità di trattenere. Sul perché si parta, l’indagine del CNEL “Giovani Expat”, presentata a Cernobbio il 7 settembre 2026, offre un’indicazione chiara: oltre 1.800 risposte analizzate e una presenza del 93% di laureati tra i rispondenti. L’88,4% indica le basse retribuzioni tra i motivi dell’espatrio e l’83% dichiara che un consistente aumento salariale sarebbe una condizione estremamente rilevante per tornare; alla domanda sulla singola priorità, oltre la metà sceglie lo stipendio. La decisione di emigrare non è un capriccio culturale: poggia in larga parte su una valutazione economica. In questo quadro, la Giunta regionale della presidente Proietti ha scelto di aumentare il prelievo fiscale e il peso di questo aumento si concentra sui redditi medio-alti.
Lasciando da parte le giustificazioni addotte, che hanno spinto la Giunta umbra ad aumentare le addizionali regionali al massimo previsto dalla legge nazionale (visto che, tra l’altro, la Corte dei Conti ha severamente bacchettato i conti presentati a supporto dell’inopinato aumento), va sottolineato che la Regione ha scelto la scorciatoia di reperire risorse aumentando il prelievo fiscale sul ceto medio anziché intervenire sulla riorganizzazione della spesa: una decisione di impostazione politica e contabile fortemente depressiva in una congiuntura particolarmente difficile. In questo scenario, la domanda chiave è se la pressione fiscale sia la leva giusta per una regione che soffre di un’incapacità di trattenere il capitale umano. L’esenzione fino a 28mila euro prevista dalla manovra fiscale regionale protegge gli stipendi d’ingresso, e questo va riconosciuto. Ma il momento cruciale in cui un lavoratore qualificato decide dove costruire la propria carriera e la propria famiglia coincide con il passaggio ai redditi medio-alti, esattamente gli scaglioni colpiti dagli aumenti dell’addizionale regionale, a fronte di retribuzioni umbre che restano già sensibilmente sotto la media nazionale. Tassare di più la fascia in cui si dovrebbe invece premiare chi sceglie di restare, o di tornare, è una scelta politica di corto respiro e, a mio avviso, miope.
Per evitare che la rassegnazione e le politiche sbagliate sfocino nel definitivo svuotamento delle energie più intraprendenti dell’Umbria, occorre spostare l’asse dell’azione pubblica dalla copertura passiva dei bilanci alla produttività e ai fattori capaci di attrarre e generare lavoro qualificato, attraverso tre direttrici: incentivi al trasferimento tecnologico tra atenei e tessuto industriale d’eccellenza; potenziamento delle infrastrutture digitali e di rete necessarie per i settori ad alta intensità di conoscenza; uso della leva fiscale, come l’Irap, in chiave premiale per le aziende che assumono a tempo indeterminato giovani laureati. Se, come ampiamente certificato perfino dalla stessa Corte dei Conti, il disavanzo sanitario era assai più limitato di quello proclamato, coprirlo attraverso il prelievo sui redditi da lavoro qualificato diventa un’operazione indifendibile, un vero e proprio suicidio sociale. L’Umbria ha invece bisogno di una trasformazione della domanda di lavoro e di un fisco a misura di ceto medio; altrimenti continuerà a formare a proprie spese i giovani che andranno a costruire altrove la ricchezza del futuro.

