DIEGO DIOMEDI
TERNI – Nel 2027 festeggerà quindici anni di attività, con una storia costruita sulla qualità, sulla ricerca e sul rapporto diretto con i clienti. Matteo Ostili, titolare dell’omonimo negozio in via Roma a Terni, ha fatto della camiceria su misura uno dei tratti distintivi della propria attività, affiancandola a una proposta di abbigliamento ricercata e a un settore dedicato agli abiti da cerimonia. In un mercato dominato dal fast fashion e da tendenze sempre più veloci, la sua scelta è puntare sull’artigianalità e sulla qualità dei materiali. Umbria7 lo ha intervistato per parlare di moda, nuove generazioni, social network e futuro del commercio ternano.
Tra poco festeggerete quindici anni di attività. Qual è l’idea di vestire che guida il vostro lavoro?
«In questi anni siamo diventati un negozio riconosciuto soprattutto per la camiceria su misura. Accanto a questa proposta stiamo sviluppando anche gli abiti su misura, con una particolare attenzione al mondo della cerimonia. Credo ci sia voglia di qualcosa di bello, artigianale, che abbia un sapore diverso dal solito prodotto commerciale. Negli ultimi anni questa scelta ci sta dando ragione e siamo molto contenti. Nonostante la crisi, un prodotto curato e diverso continua a funzionare».
In un mercato dominato dal fast fashion, come si può tornare a valorizzare la qualità?
«La sfida è comprare magari una cosa in meno, ma che sia di qualità. Soprattutto i ragazzi più giovani hanno avuto meno occasioni di conoscere il valore delle botteghe e dell’esperienza sartoriale. Una volta si andava dal sarto, si facevano i primi abiti e si imparava ad apprezzare l’artigianalità. Per noi è fondamentale il contatto con il tessuto: provare, toccare, sentire la qualità. Se non la senti, non la apprezzi. La qualità va toccata, assaporata e indossata». Crediamo molto nella possibilità di provare un capo, sentire il tessuto e comprenderne la qualità. Sono aspetti che fanno la differenza e che rischiano di perdersi quando si acquista soltanto attraverso uno schermo».
I social network hanno cambiato anche il modo di raccontare la moda. Come li utilizzate?
«Stiamo lavorando bene sui social, anche grazie a ragazzi che ci aiutano, perché da soli non si può fare tutto. Abbiamo capito che non devono essere necessariamente uno strumento di vendita diretta. Il nostro profilo Instagram, per esempio, serve soprattutto a far capire chi siamo, raccontare la nostra passione e trasmettere un messaggio. Le persone lo apprezzano e siamo contenti di essere riusciti a trovare il modo giusto per comunicare la nostra identità».

Si parla molto del ritorno dell’eleganza e dello stile “old money”. Sta tornando anche la giacca?
«Il mondo molto formale, quello legato per esempio alla cravatta, nella quotidianità si è un po’ perso. La cerimonia resta uno dei pochi momenti in cui resistono un certo rigore e una precisa impostazione. Ma anche in un look casual c’è sempre modo di essere ricercati, senza risultare banali. Per noi è importante indossare qualcosa che non sia semplicemente un prodotto di consumo, ma che abbia qualità e una propria identità».
Quanto conta il Made in Italy nella vostra proposta?
«Circa il 99% dei prodotti che abbiamo in negozio è Made in Italy. Prestiamo molta attenzione anche alle realtà artigianali del territorio. La nostra camiceria su misura, per esempio, viene realizzata a Viterbo, in un piccolo laboratorio con due titolari e quattro collaboratrici. È una realtà intima, con una tradizione importante. Crediamo che valorizzare queste produzioni significhi anche preservare un patrimonio di competenze e conoscenze».
Per quanto riguarda gli abiti da cerimonia, quali sono le richieste più frequenti?
«Nella camiceria la proposta resta piuttosto classica, con le camicie bianche e celesti. Per la cerimonia ci sono invece diverse tendenze, oggi vediamo abiti bordeaux e giacche con tagli particolari. Noi abbiamo scelto di non seguire quel filone. Lavoriamo su una dimensione sartoriale, insieme a professionisti legati alla tradizione napoletana. Preferiamo l’abito classico a tre pezzi, con il gilet realizzato secondo determinati criteri. È una cerimonia più tradizionale, sempre aggiornata al presente, ma fedele a certi canoni di eleganza».
Che città vede oggi, dal punto di vista del commercio e dell’abbigliamento?
«Via Roma è ancora una strada molto attiva per quanto riguarda le boutique e i negozi che vendono qualità. La visione complessiva della città, però, non è tra le più positive. Credo che una delle difficoltà sia la mancanza di una fascia di clientela tra i trenta e i quarantacinque anni: professionisti, ingegneri e persone qualificate che magari hanno studiato fuori e poi sono rimaste nelle grandi città. Questo impoverisce il territorio, perché viene meno una parte di clientela con una maggiore capacità di spesa. È un grande peccato».

Pensa che possa esserci un ritorno dei giovani nelle città di provincia?
«Ho questa sensazione. Quando parliamo di Milano, spesso la utilizziamo come simbolo delle grandi città, ma vivere lì è impegnativo, i ritmi sono difficili e la vita non è semplice. Credo che possa esserci un ritorno verso le città di provincia. Speriamo accada in fretta, perché il problema è proprio il tempo. Nonostante le difficoltà, noi continuiamo a lavorare e sappiamo di avere ancora molto da fare».
Anche le nuove generazioni entrano nel vostro negozio?
«Certamente. Ci sono ragazzi di vent’anni che arrivano per le prime lauree e per le prime occasioni importanti. Cerchiamo di metterli a loro agio e vediamo che apprezzano la nostra proposta. È importante accompagnarli nella scelta e far conoscere loro un modo diverso di vivere l’abbigliamento. La qualità e la tradizione sartoriale possono parlare anche ai più giovani, se si riesce a trasmetterne il valore».



