A Palazzo Carrara la mostra progettata per far dialogare le opere con i volumi di Palazzo Del Debbio a Massa Marittima
TERNI – “Questo mio nome non mi è nuovo”. Un po’ per il titolo della mostra, un po’ per le straordinarie opere di Giancarlo Galeotti, a Palazzo Carrara è un andirivieni di visitatori. Ogni scultura, ogni disegno, ogni incisione sembra dialogare con la luce, le altezze e i volumi architettonici. Un po’ come è stato per Massa Marittima, dove è nato Galeotti e dove si è appena conclusa la sua personale. Giancarlo Galeotti è un architetto, scultore e incisore di Massa Marittima. «Prima di tutto questo è un uomo che vive il proprio tempo e il suo fare arte con un mix di discrezione e determinazione che superano i codici che regolano il sistema dell’arte e quelli della moderna comunicazione» – dice di lui Franco Profili (CAU – Cantiere Arti Urbane e Tempus Vitae)In effetti la prima impressione che si ha è quella di una figura non dico fuori posto ma capitata a vivere, e probabilmente soffrire, un mondo mosso e regolato da stili e modi decisamente diversi dai suoi.
«Definirlo artista contemporaneo è complicato in tempi in cui la principale attività di chi produce (o crede di produrre) una qualsiasi forma d’arte è quella di programmare il suo lavoro a misura delle modalità che regolano il rapporto con il mercato.
Lui è altro e vive di altro. Una volta incontrato, non hai scampo, devi resettare e rivedere i tuoi modi, il tuo metro di misura, la tua sensibilità, la tua anima e riadattare il tutto
ai suoi. Sono strani e a volte incomprensibili a noi stessi i motivi per cui nel nostro lungo viaggio nel mondo dell’arte si finisce sempre per incontrare una buona quota dei tanti personaggi che per carattere e motivi personali si chiamano, vivono e lavorano, fuori dalle regole dettate dalla propria epoca e scelgono di rendere conto a sé stessi e ai propri più intimi bisogni incuranti delle conseguenze di questo loro porsi fuori dagli schemi».
Quindi certo che Giancarlo è artista contemporaneo ma lo è a suo modo, trasmettendo ai lavori – a quelli in terracotta così come alle incisioni e alle tecniche miste sulle carte – forme, corpi e stratificazioni fatte di zolle strappate a mani nude dentro se stesso, brandelli di materia viva che poi ricompone per accumulo in un incontro/scontro che lascia scoperta e nuda ogni singola porzione del tutto. Materia e pensiero in perenne discussione, sofferti e mai pacifici, nè levigati, nè leccati, lasciati nudi con le loro fratture e cuciture a riportare senza vergogna il respiro, i dubbi, le paure e la tensione da cui sono nati.










