di Luca Ceccotti
Se c’è un dettaglio connaturato nella creazione stessa di Batman, nato nel 1939 da Bob Kane e Bill Finger, questo riguarda il suo innato spirito investigativo. La famosa sigla DC sta per Detective Comics, e in rappresentanza di questo fu proprio l’Uomo Pipistrello a ergersi a grande icona del poliziesco giustizialista, fortemente idealizzato. Prima ancora di essere eroe – e non super, non avendo poteri -, Batman è il più grande detective del mondo dei fumetti: acuto osservatore, intelligente, prestante e preparato, colto e combattivo. Questo, di fatto, è prima di tutto l’uomo dietro la maschera, Bruce Wayne, che abbracciando i propri demoni e paure diventa un simbolo contro la criminalità, più eroe che giustiziere per la scelta di non uccidere i suoi nemici.
Nel corso degli anni, Batman ha avuto molte facce, diverse iterazioni: la serie tv commediata con il compianto Adam West; i film gotico-fiabeschi di Tim Burton, dove il personaggio era interpretato da Michael Keaton; l’epoca disastrosa ed eccentrica di Jeol Schumacher; l’apice narrativo-cinematografico di Christopher Nolan e Christian Bale e infine il momento Universo DC, con Ben Affleck a vestire maschera e mantello (molto milleriani) del personaggio. Mai nessuna di queste si era concentrata in effetti sull’elemento primario di Batman, cioè l’investigazione. Esagerati, uomini d’azione, muscolari e cattivi, problematici e fuori da ogni logica supereroistica, ma detective sempre molto poco. Doveva arrivare Matt Reeves (Cloverfield, The War – Il Pianta delle Scimmie) a sistemare la prospettiva, e infatti il suo The Batman risulta concettualmente – ad oggi – il miglior film sul personaggio, forte di un miracoloso equilibrio tra forma e sostanza, fedeltà e visione d’autore, estetica e contenuto.
Guardando indietro ai polizieschi anni ’70 e ai thriller ’90, il regista imbastisce una storia profondamente noir e tormentata sull’Uomo Pipistrello. La narrazione non conosce contenimenti creativi, tra un pizzico di ubris autoriale e un rispetto mai riscontrato prima per l’eroe, intento nella storia a smascherare il misterioso Enigmista (Paul Dano), nuova minaccia di Gotham con l’obiettivo di distruggere e rivelare bugie e corruzione della città. Non aspettativi punch line da condivisione istantanea o una spettacolarizzazione dell’immagine uguale a quella di Nolan: non è questo il punto di Reeves. È diverso, molto più complesso.

The Batman è prima di tutto un film d’atmosfera. Pur vivendo d’azione e di un impianto cinematografico estasiante, il film vuole concentrarsi sui toni, che sono poi quelli di un noir a tutto campo, con tanto di sfumata femme fatale (l’agile e sensuale Catowman di Zoe Kravitz) e diario narrante del protagonista. In questo senso, si guarda molto a Watchmen e alla caratterizzazione di Rorschach, specie per quanto riguarda la visione di una città putrida e corrotta e per la precisa datazione dei pensieri. Il metodo è tipico del noir, non se ne esce, ed è così che Reeves mette in chiaro le sue ispirazioni e le proprie intenzioni: recuperare uno spirito concettuale perdutosi nel tempo. Non è un caso che oltre ad Alan Moore il regista guardi ad alcune delle più belle e universalmente applaudite storie sul personaggio: la saga del Lungo Halloween di Tim Sale e Jeph Loeb (anche Vittoria Oscura e Hush), Anno Uno di Frank Miller e Brian Azzarello, soprattutto.
Se la fedeltà e il ripristino della “detective mode” dell’eroe DC sono il punto fondamentale del film, The Batman è anche un cinecomic profondamente cinematografico e pure cinefilo. Nel primo caso, Reeves imbastisce un’opera ricca di contenuti e molto intensa, lunga e dettagliata (tre ore effettive!), tormentata come il suo protagonista, interpretato meravigliosamente da un ottimo Robert Pattinson. Il suo Batman è sofferenza e vendetta, “uno strumento” di giustizia proprio come può essere la paura. Contro i nemici è spietato senza mai superare il limite (le scene di combattimento sono esaltanti, seppure poche), come investigatore attento a ogni dettaglio. Un eroe giovane ma già conosciuto e sofisticato, molto più presente con maschera e mantello che a volto scoperto come Bruce Wayne. Questo riconduce alla visione di Reeves e alla cinefilia insita in questo The Batman. C’è dentro di tutto: da Seven e Fight Club di David Fincher a L.A. Confidantial di Curtis Hanson, ma anche Cinatown di Roman Polanski, il Braccio Violento della Legge di William Friedkin fino ad arrivare a Taxi Driver. La cultura è al centro del film, incasellata con ricerca nella trama e nella forma, a rendere questo reboot dirompente e unico ma anche cinecomic “ladro”, come d’altronde solo le migliori opere sanno essere – mediate ovviamente dai migliori autori.

Sorprende ed esalta, The Batman. Nasconde dietro un target mainstream delle ambizioni d’autore estremamente elevate che esulano dal riconoscimento del grande pubblico, pur ricercandolo. Non un film per tutti i palati, sofisticato e artisticamente tortuoso, coraggioso, lungo, a tratti magniloquente, altre dedito alla sola forza dell’immagine. Siamo lontani da Zack Snyder e si accarezza Nolan solo in superficie, cercando di essere tutt’altro, qualcosa di effettivamente mai visto prima sul grande schermo con il nome di Batman. Anche nella tecnica, a dire il vero. Si può citare il main theme di Michael Giacchino, pensato in diegesi con la narrazione e il senso stesso del personaggio. Non è un caso che lo straordinario crescendo della musica coincida con la massima espressione della paura innescata dall’eroe nei nemici. Insomma, uno strumento al servizio di un altro strumento. E poi un glorioso inseguimento con la Batmobile, inquadrature mozzafiato, la Gotham City più realistica e fumettosa mai apparsa al cinema (anche qui: fedeltà), un comparto di caratteristi eccezionali, dal Pinguino di Collin Farrell fino all’Enigmista di Paul Dano.
Meraviglioso e logorante, in rapporto cinematografico e filologico perfetto e galvanizzante, tra sentimento, azione, orrore e fatica. Impossibile dimenticarlo facilmente.
VOTO: 9/10


