Animali Fantastici: I Segreti di Silente, la recensione: emozioni ed elezioni nel magico mondo di J.K. Rowling

Al cinema dal 13 aprile, abbiamo visto in anteprima il terzo capitolo del franchise con un grande Mads Mikkelsen come nuovo Grindelwald al posto di Johnny Depp.

di Luca Ceccotti

Strano franchise, quello di Animali Fantastici. Niente a che vedere con Harry Potter, con cui condivide solo il Wizarding World (il mondo magico creato da J.K. Rowling) e qualche personaggio centrale nei suoi anni d’oro, ma comunque particolare. Vive di continui mutamenti narrativi incapaci di trovare un equilibrio concettuale tra loro: inizia in un modo, procede in un altro e poi cambia ancora, prima più leggero e commediato, poi aggravato da risvolti più oscuri e adesso vibrante di una differente maturità.

Un processo in divenire senza alcuna struttura organizzativa, e infatti “Animali Fantastici – I Segreti di Silente” mette subito le mani avanti, quasi si rivolgesse al grande pubblico: «Pensate di conoscere il futuro? I nostri piani? Il piano è non avere piani». Il concept di questo terzo capitolo, almeno nelle sua trama più spoglia, è davvero questo: agire senza alcuna logica pianificata per impedire a Gellert Grindelwald di realizzare i propri scopi. Per motivi che non saranno qui indagati, il mago oscuro è in grado di prevedere le azioni dei suoi nemici, costringendo Silente e la sua squadra a una contromossa basata su confusione e depistaggio.

L’intreccio procede così per circa 100 dei 142 minuti totali, raggiungendo una svolta soltanto nell’arco conclusivo. Pochi alti, più bassi, tanti medi. Eventi e ritmo soffrono di rapidi sali e scendi – anche nei toni – che non conoscono stabilità narrativa, arrivando a confondere anche il pubblico. Almeno il montaggio è questa volta più comprensibile rispetto al disastroso precedente, dando una sana continuità al percorso dei protagonisti e della storia. Non è questo il punto forte del capitolo, comunque, come non lo è la programmazione per la Rowling, per lo meno in termini cinematografici.

Il cambio di Grindelwald da Johnny Depp a Mads Mikkelsen nemmeno viene spiegato: è così e basta. Ha deciso di cambiare e lo ha fatto. L’essenziale è il rapporto con il Silente di Jude Law, qui più vivo e centrale che mai, finalmente dichiarato ed emozionate. Il giovane e ingenuo amore condiviso dai due ancora adolescenti non è certo un segreto, ma qui viene esplicitato e analizzato, tra ricordi e sofferenze, rimpianti, sensi di colpa e un sentimento che, pure se combattuto, sembra non essere affatto scomparso. A dare maggiore intensità alla relazione odi et amo ci pensano due fenomenali attori come Law e Mikkelsen, soprattutto quest’ultimo davvero affascinate, sobrio e carismatico nella parte, come d’altronde necessitava dall’inizio. Un’ingerenza troppo caricaturale di Depp – comunque cacciato per altri motivi, legali e sociali – avrebbe creato un cortocircuito tra emozione e farsa carnevalesca, dove invece Mikkelsen è riuscito a portare un gelido calore e una misura interpretativa eccellente.

Oltre a questo, altro punto fondamentale del film è la politica, quasi strizzasse l’occhio alla Trilogia Prequel di Star Wars. Il Mondo Magico è infatti a una svolta e necessita di un nuovo leader. I candidati sono due ma Grindelwald entra a gamba tesa sulle elezioni come un novello Hitler, voce del popolo più estremista e arrabbiato. Il fatto che ne “I Segreti di Grindelwald” venga esplorato il Ministero della Magia tedesco non è un caso per molteplici ragioni. Il Nazionalpopulismo o Nazismo salì al potere negli anni ’30 – periodo in cui è ambientato il film – e il nemico segue un’ideologia di sterminio dei babbani, puntando alla purezza della razza magica. C’è persino un tentato assassinio come fu al tempo per il Furer.

Interessante e ambiziosa, l’idea di spostare nel Mondo Magico un pezzo di tragico e reale passato, soprattutto in questo periodo di Guerra proprio in Europa, specie in un momento storico dove il populismo è sempre pronto a far breccia nel cuore degli insoddisfatti. C’è poco da dire: a suo modo, nel genere, “I Segreti di Silente” è il film più attuale e preciso del franchise finora, per questo più tondo e maturo nonostante i tanti difetti. Il primo e più evidente è la mancanza di visione del regista, David Yates, mestierante al soldo della produzione da ormai 15 anni che a testa bassa e senza polso rimette tutto nelle mani di sceneggiatura e attori, disinteressato a qualsivoglia virtuosismo di sorta, a una chiarezza esplicativa di qualità, anche solo a poche idee di forma e contenuto che possano dirsi personali. Un solo scontro magico è davvero avvincente e ben girato. Il resto è godibile e nulla più. Anche la retcon (retroactive continuity, cioè aggiustamenti di eventi passati) è superficiale e spiazzante, specie nei confronti del personaggio Credence.

Il fatto che il film arrivi a un finale elegante e tutto sommato pulito, chiudendo o quasi tanti archi narrativi, potrebbe essere un segno. Pur rispettando de facto il percorso originale della pre-annunciata pentalogia (i prossimi capitoli dovrebbero essere ambientati a Rio de Janeiro e infine in Italia), i tanti problemi riscontrati dalla produzione e gli incassi non propriamente soddisfacenti potrebbero aver convinto Warner Bros. ad adottare un intelligente piano di fuga. Accoglienza e introiti saranno questa volta fondamentali, pure se non cambieranno in senso positivo la stranezza di un franchise nato vincente e sognatore e finito Neill Blomkamp.

VOTO: 6.5/10

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