di Luca Ceccotti
Strano franchise, quello di Animali Fantastici. Niente a che vedere con Harry Potter, con cui condivide solo il Wizarding World (il mondo magico creato da J.K. Rowling) e qualche personaggio centrale nei suoi anni d’oro, ma comunque particolare. Vive di continui mutamenti narrativi incapaci di trovare un equilibrio concettuale tra loro: inizia in un modo, procede in un altro e poi cambia ancora, prima più leggero e commediato, poi aggravato da risvolti più oscuri e adesso vibrante di una differente maturità.
Un processo in divenire senza alcuna struttura organizzativa, e infatti “Animali Fantastici – I Segreti di Silente” mette subito le mani avanti, quasi si rivolgesse al grande pubblico: «Pensate di conoscere il futuro? I nostri piani? Il piano è non avere piani». Il concept di questo terzo capitolo, almeno nelle sua trama più spoglia, è davvero questo: agire senza alcuna logica pianificata per impedire a Gellert Grindelwald di realizzare i propri scopi. Per motivi che non saranno qui indagati, il mago oscuro è in grado di prevedere le azioni dei suoi nemici, costringendo Silente e la sua squadra a una contromossa basata su confusione e depistaggio.
L’intreccio procede così per circa 100 dei 142 minuti totali, raggiungendo una svolta soltanto nell’arco conclusivo. Pochi alti, più bassi, tanti medi. Eventi e ritmo soffrono di rapidi sali e scendi – anche nei toni – che non conoscono stabilità narrativa, arrivando a confondere anche il pubblico. Almeno il montaggio è questa volta più comprensibile rispetto al disastroso precedente, dando una sana continuità al percorso dei protagonisti e della storia. Non è questo il punto forte del capitolo, comunque, come non lo è la programmazione per la Rowling, per lo meno in termini cinematografici.

Il cambio di Grindelwald da Johnny Depp a Mads Mikkelsen nemmeno viene spiegato: è così e basta. Ha deciso di cambiare e lo ha fatto. L’essenziale è il rapporto con il Silente di Jude Law, qui più vivo e centrale che mai, finalmente dichiarato ed emozionate. Il giovane e ingenuo amore condiviso dai due ancora adolescenti non è certo un segreto, ma qui viene esplicitato e analizzato, tra ricordi e sofferenze, rimpianti, sensi di colpa e un sentimento che, pure se combattuto, sembra non essere affatto scomparso. A dare maggiore intensità alla relazione odi et amo ci pensano due fenomenali attori come Law e Mikkelsen, soprattutto quest’ultimo davvero affascinate, sobrio e carismatico nella parte, come d’altronde necessitava dall’inizio. Un’ingerenza troppo caricaturale di Depp – comunque cacciato per altri motivi, legali e sociali – avrebbe creato un cortocircuito tra emozione e farsa carnevalesca, dove invece Mikkelsen è riuscito a portare un gelido calore e una misura interpretativa eccellente.
Oltre a questo, altro punto fondamentale del film è la politica, quasi strizzasse l’occhio alla Trilogia Prequel di Star Wars. Il Mondo Magico è infatti a una svolta e necessita di un nuovo leader. I candidati sono due ma Grindelwald entra a gamba tesa sulle elezioni come un novello Hitler, voce del popolo più estremista e arrabbiato. Il fatto che ne “I Segreti di Grindelwald” venga esplorato il Ministero della Magia tedesco non è un caso per molteplici ragioni. Il Nazionalpopulismo o Nazismo salì al potere negli anni ’30 – periodo in cui è ambientato il film – e il nemico segue un’ideologia di sterminio dei babbani, puntando alla purezza della razza magica. C’è persino un tentato assassinio come fu al tempo per il Furer.

Interessante e ambiziosa, l’idea di spostare nel Mondo Magico un pezzo di tragico e reale passato, soprattutto in questo periodo di Guerra proprio in Europa, specie in un momento storico dove il populismo è sempre pronto a far breccia nel cuore degli insoddisfatti. C’è poco da dire: a suo modo, nel genere, “I Segreti di Silente” è il film più attuale e preciso del franchise finora, per questo più tondo e maturo nonostante i tanti difetti. Il primo e più evidente è la mancanza di visione del regista, David Yates, mestierante al soldo della produzione da ormai 15 anni che a testa bassa e senza polso rimette tutto nelle mani di sceneggiatura e attori, disinteressato a qualsivoglia virtuosismo di sorta, a una chiarezza esplicativa di qualità, anche solo a poche idee di forma e contenuto che possano dirsi personali. Un solo scontro magico è davvero avvincente e ben girato. Il resto è godibile e nulla più. Anche la retcon (retroactive continuity, cioè aggiustamenti di eventi passati) è superficiale e spiazzante, specie nei confronti del personaggio Credence.
Il fatto che il film arrivi a un finale elegante e tutto sommato pulito, chiudendo o quasi tanti archi narrativi, potrebbe essere un segno. Pur rispettando de facto il percorso originale della pre-annunciata pentalogia (i prossimi capitoli dovrebbero essere ambientati a Rio de Janeiro e infine in Italia), i tanti problemi riscontrati dalla produzione e gli incassi non propriamente soddisfacenti potrebbero aver convinto Warner Bros. ad adottare un intelligente piano di fuga. Accoglienza e introiti saranno questa volta fondamentali, pure se non cambieranno in senso positivo la stranezza di un franchise nato vincente e sognatore e finito Neill Blomkamp.
VOTO: 6.5/10


