di Marco Brunacci
PERUGIA – La conferma dell’intesa tra Regione e Università sui contributi per l’accesso agli studi universitari, che è stato un paracadute nei due anni bui del Covid, diventa ora un trampolino di lancio per Perugia. Il prossimo settembre, fatte salve altre brutte notizie alla quali però nessuno vuole neanche per un momento pensare, torneranno 30mila studenti in presenza in città.
L’Università era scesa sotto 20mila iscritti dopo la grande crisi seguita a un fattaccio di cronaca, come quello dell’omicidio di Meredith Kercher, e trainata da una campagna mediatica senza precedenti per la piccola capitale dell’Umbria. Ricostruire un clima di fiducia intorno all’Ateneo e alla città degli studenti non è stato facile.
L’Ateneo dei record è arrivato ad avere 33mila studenti iscritti. Erano altri tempi, con meno Università distribuite per l’Italia e senza la concorrenza dell’on line. Ma adesso i numeri hanno dato ragione a una seria esperienza di governance universitaria, ampiamente condivisa, guidata da un rettore che sta lavorando tanto e bene e ha un programma legato al suo territorio che è un esempio di proficua collaborazione.
L’assessore regionale che ha firmato la conferma è Paola Agabiti e il rettore Maurizio Oliviero ha trovato tutte le parole per lodare lo sforzo della Regione per la salvaguardia di un diritto fondamentale come quello allo studio, dimostrazione di una sensibilità che diventa progetto di sviluppo.
Ma meritano qui di essere sottolineate le conseguenze di questo atto (è un contributo rilevante che si rivolge a una platea ampia, famiglie con un Isee fino a 30mila euro) che aiuta a riportare l’orologio della piccola storia dell’Umbria agli anni Novanta. Un ritorno al passato, per una volta, proficuo.
La ripresa degli iscritti c’è stata anche in questi due anni. Ma i corsi potevano essere seguiti in streaming. La macchina universitaria si è messa in moto in modo coordinato e capace di dare una risposta alla domanda. Il primo passo è stato fatto così. Ora si tratta di mettersi a camminare e magari, se si riesce, anche a correre. L’Università in presenza, con questi numeri, significa ricchezza per la città e per la regione.
Stanno tornando le famiglie del Sud che storicamente hanno in Perugia un riferimento (dalla Calabria come dalla Puglia). Il Lazio è un serbatoio. Ma la credibilità dell’Ateneo perugino sta ottenendo consensi in tante altre aree.
Lo slogan dal quale è partita l’esperienza Oliviero («Solo da queste colline, così ricche di storia e di cultura, si può vedere il futuro»), l’idea del college mix di scienza e serenità, studio di qualità in un luogo ideale, proposto prima della battaglia contro il Covid, ora torna strategico.
Sarà un test per l’Università ma anche per la città. Per l’Università perché dovrà dimostrare di aver messo a punto i servizi necessari per un numero di studenti di questo tipo. Per la città perché si evitino gli eccessi del passato (qualcuno ricorda i garage affittati in centro?) e si riesca invece a proporre ospitalità senza farsi sorprendere nel momento in cui si affaccino i problemi.
Per una volta: ben tornati anni Novanta.


