Draghi, il governo e piazza Affari: quanto pesano le crisi

L’analisi di Angelo Drusiani

di Angelo Drusiani

PERUGIA – “…Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine
Ai solchi bagnati di servo sudor…”

Mi affido al coro dell’atto terzo dell’Adelchi manzoniano per un volo pindarico, per esprimere la sofferenza che mi procura la vicenda politica che, ancora oggi come più volte in passato, caratterizza il nostro Paese. Spesso in bilico tra la crisi, il “rimpasto” o una continua mediazione. Mi chiedo, a volte, se sia davvero impossibile avere cinque anni di un Governo della Nazione, senza ricorrere a tensioni che sfiorano, o potrebbero sfiorarne la fine anticipata. Si dirà: guarda che sta accadendo a Londra. Certo, ma io vivo qui, in questo Paese, la cui terra è stata solcata anche da un Poeta enorme, di cui ho riportato la terzina ad inizio pagina. E non è stato il solo Poeta enorme che ha vissuto qui. Senza pensare, che so, a Guglielmo Marconi…

Non si può non fare riferimento alla reazione che l’indice di Piazza Affari ha evidenziato nel corso della settimana. Da cui si riscontra il sollievo, all’indomani dell’incontro tra il Presidente del Consiglio e il Segretario del Partito di maggioranza relativa. Sollievo perché la possibile crisi di Governo era, al momento, evitata. Peraltro, accanto alla produzione industriale, ai consumi delle famiglie, al prodotto interno lordo e altri punti di riferimento, gli investitori non possono certo sottovalutare le vicende politiche di ogni singolo Paese. Compreso il nostro, naturalmente.
Il giovedì “bianco”, in contrasto con i tanti venerdì neri delle Borse, italiana compresa, ha evitato, per ora, la conferma “definitiva” della tendenza negativa delle Borse di Eurozona. Perché i principali mercati azionari hanno reagito positivamente, dopo una serie di sedute incerte e spesso di segno meno. Complici anche i cali (temporanei?) dei prezzi di quelle materie prime, i cui valori eccessivi stanno caratterizzando questa fase della vita della parte occidentale dell’Europa, e anche degli USA, classificandola come una delle più inflazionistiche degli ultimi anni. Un breve respiro, peraltro, perché già si proietta il pensiero a fine luglio, quando forse il gas di fonte russa potrebbe divenire un miraggio.
E il dibattito tra economisti s’infiamma. Tra chi ipotizza una lunga coda di rialzi del tasso ufficiale di Washington (e di quello di Eurozona) anche nel 2023, mentre altri ritengono che il prossimo anno sarà caratterizzato da un calo del tasso stesso di almeno 0,50-0,75 punti. Lo stesso dibattito si accalora sulla conferma che la lunga fase di arretramento dei listino sia all’epilogo, mentre la parte contraria si pronuncia per un “calma, è ancora presto per certe ipotesi.” Da settimana prossima, e per qualche tempo a seguire, verranno comunicati i dati aziendali relativi all’andamento del secondo trimestre di quest’anno. Soprattutto delle società quotate a New York. Ancorché i dati stessi fossero brillanti, la cautela è d’obbligo, perché, in ogni caso e inesorabilmente, il perdurare del rialzo dei prezzi al dettaglio potrebbe togliere slancio ai consumi e, a ritroso, alla produzione industriale, per minare, in definitiva, la prospettiva di crescita economica delle singole nazioni e del globo.
Quali ostacoli si frapporrebbero ipoteticamente a chi volesse incrementare la dotazione di titoli azionari in portafoglio, ora? In primis, il responso relativo alla crescita o decrescita (quest’ultima sembrerebbe più probabile) del prodotto lordo statunitense nel trimestre aprile-giugno di quest’anno. Comunicazione che avrà luogo fra poco più di dieci giorni. In secondo luogo, non dimentichiamolo, il conflitto Russia-Ucraina che sta via via incancrenendosi. Nel mirino, laddove si opti per implementare il comparto azionario, il settore tecnologico dovrebbe rappresentare la prima scelta.
Per finire, il 4 luglio l’indice azionario di Piazza Affari segnò 21343,93, per chiudere l’8 luglio successivo a 21774,18.

Foto di Vincenzo Pezzetti - Mille Miglia

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