di Angelo Drusiani
TERNI – “Lui folgorante in solio / vide il mio genio e tacque; /
quando, con vece assidua, / cadde, risorse e giacque, /
di mille voci al sonito /
mista la sua non ha;…/
Ancora Alessandro Manzoni, ancora il Cinque Maggio. Non è il desiderio di ricordare il passato, la Scuola, gli studi. È per vivere il presente. La voglia dell’uomo di parlare, di emettere giudizi, di vivere da protagonista. È l’uomo, sono le sue tante sfaccettature, che fanno di lui l’essere vivente per eccellenza. Lo stesso uomo che altri criticano o esaltano, a seconda che disprezzino o apprezzino il suo pensiero, i suoi interventi, le sue proposte. Da sempre, o quasi, viviamo queste situazioni: da fine febbraio scorso, in misura più accentuata. Al centro, come siamo, di vicende non tanto nuove, ma sicuramente inattese, sia per l’impatto di carattere umano, sia per quello di carattere economico e finanziario. Gli occhiali che dovremmo indossare non dovrebbero consentirci di vedere bene, a prescindere dalla distanza dell’oggetto, ma di cercare di capire quali mutamenti il violento impatto dell’aumento del costo delle materie prime e dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina produrranno su di noi, sul nostro modo di pensare, sul nostro modo di intendere e vivere la vita. Il Poeta che fece? Ammirò Napoleone, ma non ne parlò mai. Se non all’indomani del suo addio al Pianeta, di cui fu un protagonista assoluto per un lasso temporale abbastanza lungo. L’addio che il Poeta stesso rivolge a chi “scoppiò da Scilla al Tanai, dall’uno all’altro mar” è il ricordo di un passato vissuto “due volte nella polvere, due volte sull’altar” . Che dire? Il resoconto di un’esistenza, tipo “Voglio una vita spericolata…”, ma che lascia un solco che, nel tempo, la natura cancellerà, ma che il Poeta ha eletto a durata quasi eterna. Quasi, solo perché di eterno, fra non tantissimi anni, probabilmente potrebbero non esservi più ricordi. Ed è per questa ragione che, a volte, penso se a qualcuno di noi contemporanei suonerà un campanello, per dirgli che dovrebbe, sulla falsariga d’inizio pagina, cantare le lodi o, viceversa, criticare le sfaccettature di un’esistenza vissuta ai massimi, a prescindere da come sarà finita.
Il volo pindarico mi porta ad atterrare al presente, alle vicissitudini che stiamo attraversando in campo finanziario. Che, lo si voglia o meno, condiziona non dico tutti gli essere viventi, ma una loro parte rilevante. Sarà anche vero che “pecunia non olet”, ma è sicuramente vero che il denaro attrae una parte importante di umani. Non è casuale che, negli ultimi mesi, alla ribalta compaiano soprattutto i Presidenti delle Banche Centrali: la Federal Reserve di Washington, la BCE di Francoforte. Ora irromperà pure la Banca Centrale del Regno Unito, alle prese con una situazione finanziaria che un noto quotidiano londinese ha assimilato a quella che da tanti anni vive il nostro Paese. Spetta a queste persone, coadiuvate da Consiglieri, esperti di mercati finanziari, Presidenti di Banche tradizionali o d’affari, decidere se e fino a quando attuare una politica monetaria restrittiva. In pratica, per quanti mesi ancora aumentare il valore del tasso di riferimento. Che, a cascata, fa salire il costo dei mutui, dell’indebitamento delle famiglie, delle aperture di credito concesse alle aziende. Ma, soprattutto, il costo del nostro debito pubblico, ovvero: i rendimenti pagati per il collocamento mensile di BOT, BTP, CCT, i titoli di Stato, attraverso la cui vendita, il Dipartimento del Tesoro italiano reperisce il denaro per finanziarie le sue innumerevoli attività pubbliche. Costo attestatosi vicino allo zero negli anni passati, ma salito quasi al 3% come media nelle emissioni degli ultimi due mesi di quest’anno, mentre, nell’arco temporale che va da gennaio a settembre scorso, il rendimento medio pagato dal Tesoro italiano ai sottoscrittori di titoli di Stato è poco al di sotto dell’1,50%. Saranno felici i risparmiatori, disperati fino a metà dello scorso anno, perché i rendimenti loro offerti erano spesso di segno negativo. Come sempre, due facce della stessa moneta: da un lato il rendimento che supera lo zero degli anni passati, dall’altro l’indiretto contributo che gli stessi investitori pagano allo Stato Esattore, attraverso le tasse. Tasse che, a loro volta, contribuiscono ad accreditare agli stessi investitori gli interessi ora pattuiti. Certo, passare da Manzoni ai BOT & Co. è un bel salto! Ma così è la vita, a volte. Ma solo a volte. Non sempre, per fortuna!!


