I 7 VIZI GASTRONOMICI / Fermiamoci al Km 0

UMBRIA7 CON GUSTO | Che si parli di auto o di cibo, oramai è una vera e propria tendenza.
 In alcuni casi per il portafoglio, in altre per ideologie alimentari, giuste o sbagliate che siano

di Diego Diomedi

Prosegue il viaggio di Umbria7 nei 7 VIZI GASTRONOMICI, un tour nel mondo del gusto attraverso i sette vizi capitali. Si pensi a un pranzo o ad una cena, possibilmente tra amici, conoscenti o addirittura parenti. I 7 vizi, sotto forma gastronomica, usciranno tutti. Dalla gola all’invidia, dall’accidia all’avidità. Basta un banchetto per poter rappresentare i peccati capitali. Ma perderli è proprio un peccato…

Navigando in internet si trovano molteplici definizioni su cosa sia il km 0.Il sito frutta nelle scuole creato dal MIPAF (Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali) offre una definizione chiara e semplice a mio avviso del concetto di Km 0 e filiera corta:

La filiera corta e i prodotti a Km 0, sito internet fruttanellescuole.gov.it (http://www.fruttanellescuole.gov.it/famiglie/sostenibilita/la-filiera-corta-e-i-prodotti-km- 0): “Gli alimenti “a Km zero”, definiti anche con il termine più tecnico “a filiera corta”, sono prodotti locali che vengono venduti o somministrati nelle vicinanze del luogo di produzione. Questi alimenti hanno in genere un prezzo contenuto dovuto ai ridotti costi di trasporto e di distribuzione, all’assenza di intermediari commerciali, ma anche allo scarso ricarico del venditore che spesso è lo stesso agricoltore o allevatore.”
Dunque, riducendo al minimo il concetto, sembrerebbe che meno chilometri il cibo percorre e più è buono. Può essere questo il ragionamento, ridotto fino all’osso ed estremamente fruibile per tutti. Ma non è così e lo afferma Alberto Grandi nel suo podcast “DOI”, che sta per Denominazione di Origine Inventata.Grandi sostiene come prima cosa che, sicuramente la filiera corta o km 0, risulti essere molto vantaggiosa per le imprese poiché si restringe il campo di operazione, o meglio la distanza del trasporto.Risulta però essere anche molto limitante per un paese come il nostro che fa dell’export una grandissima fonte di guadagno ogni anno.
In realtà l’Italia importa la maggior parte dei prodotti per cui è famosa: l’olio, il grano per la pasta, la carne e molti altri alimenti. Le politiche agro-alimentari che hanno coinvolto in maniera imponente il nostro paese fin dagli anni Ottanta, hanno trovato solo una leggera opposizione prima morale e poi legale, sulla loro strada.
In aggiunta si può osservare che queste direttive sul km 0 non sono così economiche come viene raccontato. Fare la spesa con la moda del chilometro zero, come la chiama lui, sia costoso.
D’altra parte mentre fino a qualche anno fa il biologico era un esperimento, oggi è una solida realtà per usare una citazione famosa in televisione.Sotto il nome di km 0, biologico, biodinamico e via dicendo, si promuove un concetto di “buono” che non esiste o almeno se esiste, non si lega strettamente al marchio in questione.
Un cibo o un vino, non è buono perché è biologico, come non è cattivo se convenzionale.Il vino è buono perché è buono, come il cibo.

Diego Diomedi vive a San Gemini, in Umbria. Storico dell’alimentazione e della gastronomia, collabora con “Umbria 7”, “Guide di Repubblica” e “Gambero rosso”. Ha preso parte come moderatore e come relatore a numerosi convegni e tenuto lezioni su tematiche enogastronomiche nelle scuole, all’Università e centri di formazione. Alunno di Massimo Montanari all’Università di Bologna, i suoi principali campi di ricerca sono la storia e l’antropologia alimentare. Collabora inoltre con diverse testate d’informazione. Per Edizioni Thyrus ha curato il libro “Conversazioni dantesche”. 
 

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