Danilo Pirro
TERNI – Quando Luigi Poletti costruì il teatro di Terni quasi due secoli fa, lo costruì a misura e interpretazione della cultura del suo tempo. Una cultura aulica, classica espressione del potere dell’epoca in cui il compito dell’architetto era confinato all’aspetto estetico dell’opera.
Molta acqua sotto i ponti è passata da allora e l’architettura nel Novecento ha acquisito nuove dimensioni oltre a quella estetica, quella etica, quella sociale, quella funzionale, quella psicologica… Oggi quella ecologica. L’architetto, quindi si confronta anche con queste “realtà” quando progetta e quindi le domande che si pone solo molteplici, una di queste è la dimensione generazionale della sua opera, ovvero cosa trasmetterà ai posteri. Dimensione che fa parte del concetto “etico di architettura”. Cosa fa quindi l’architetto che rivuole il Poletti per il Teatro Verdi, la prima cosa non progetta si rifugia nel “copismo” e nel passato. Cosa sicuramente più facile di fare un progetto vero. In seconda istanza non fa nemmeno “giustizia” allo stesso Poletti il quale si vede un’opera distrutta reinterpretata, sulla base di pochi disegni. E questo è un po’ come se avessi un quadro di un famoso pittore strappato è qualcuno ridisegnasse la parte mancante dicendo “ecco il tuo Picasso!”. Nell’architettura, le repliche, il “com’era dov’era” cosiddetto, pone poi ulteriori problemi, ovvero la stretta connessione “etica” fra forma e funzione, fra parte architettonica e parte strutturale.
Non si può riprodurre un teatro come è stato fatto a Rimini, con strutture in cemento armato a cui sono appoggiati archi posticci, e decorazioni d’epoca. Questo sarebbe un “teatro” nel teatro” ovvero una scenografia non un’architettura.
Tutto quello che sto scrivendo è stato ampliamente dibattuto e codificato nella storia del restauro italiano, in particolare nel II Dopoguerra, ma anche dopo le distruzioni di beni culturali come la torre dei Georgofili avvenute nel 1993.
In nessuna scuola d’architettura odierna, gli studenti si cimentano nell’imitazione dell’antico come soluzione di completamento di un’opera andata perduta.
Anzi le stratificazioni, la “non presenza” il vuoto, le cicatrici, segnano la storia, e ci rendono consapevoli degli errori degli uomini, e nel nostro caso degli orrori della guerra. La sfida dell’architetto che “progetta” è proprio quella, accostarsi all’antico, ed esprimere con la sua opera la cultura del suo tempo, non rifugiarsi nel passato.
Quando Paolo Portoghesi espresse un suo parere sulla ricostruzione del teatro “la Fenice”, dichiarò: Ricostruire il Teatro “La Fenice” com’era, dov’era”? Dove era, certo, ma come era, no. La considero un’assurdità. Si convaliderebbe un falso storico. La ricostruzione del Teatro, ad opera del Meduna, dopo l’incendio del 1836, fu criticata anche dai contemporanei. (La Fenice: Portoghesi – Ricostruirlo dov’era sì, com’era no).
Lo stesso Aldo Rossi incaricato, prima della sua morte, del progetto del nuovo teatro “La Fenice” realizzò un progetto contemporaneo, nel suo inconfondibile linguaggio, ma contemporaneo.
Chi vuole un ritorno all’antico, con un Poletti scopiazzato, dimentica la tradizione di progresso della nostra città, dove piazze edifici, sono stati disegnati nel secondo Dopoguerra da Mario Ridolfi, Wolfgang Frankl, Vittorio De Feo, Giancarlo De Carlo, in una visione del futuro che faceva parte della grande tradizione architettonica di modernità, nata con i Futuristi e portata avanti dai Razionalisti, che ha prodotto capolavori come la Stazione di Firenze, la città di Sabaudia, per citarne alcuni.
Per concludere, per critica il concorso per il nuovo teatro, la domanda è semplice. Perché non ha partecipato al bando? Perché non ha esposto una sua idea, una sua visione allora? La domanda da rivolgere ai ternani invece è generazionale: cosa vogliamo trasmettere ai posteri? Un “teatro nel teatro” del periodo delle carrozze e dei cavalli o un edificio che esprima la nostra tradizione di “città dinamica” rivolta al futuro.


