di Francesca Cecchini
PERUGIA – Si punta alle nuove generazioni (ma non solo, ovviamente) al teatro Francesco Morlacchi di Perugia con una stagione 2024/2025 che dialoga con il pubblico abbracciando diversi linguaggi artistici, mirando a costruire una coscienza consapevole negli spettatori. Soprattutto nei giovani – che già lo scorso anno hanno fatto quel passo in più verso via del Verzaro – che sono gli imprenditori di domani. Sono il futuro.
Il cartellone è stata presentato martedì 28 maggio, come di consueto, durante una cena organizzata da Brunello Cucinelli a Solomeo. Insieme all’ospitale padrone di casa, il direttore del Teatro Stabile dell’Umbria Nino Marino, tutto lo staff che gravita intorno al Tsu e numerosi rappresentanti delle Istituzioni come, tra gli altri, il prefetto di Perugia Armando Gradone, il questore di Perugia Giuseppe Bellassai, la presidente della Regione Umbria Donatella Tesei, il magnifico rettore Maurizio Oliviero, sindaci e assessori di diversi dei 17 Comuni toccati dal Tsu in Umbria.
Corali gli interventi dei presenti per ringraziare Brunello Cucinelli e confermare la grande fiducia nei confronti del Teatro Stabile dell’Umbria, soprattutto in Nino Marino, figura sicuramente degna di stima – come direttore ma anche come persona – che, come pochi, riesce a intercettare e, a volte, a “scommettere” su artisti che portano a Perugia una notevole qualità con spettacoli in grado di accattivare e coinvolgere un pubblico che è in crescendo di anno in anno.


Lidi, Latella, Martelli, Massini, Orsini, Insinna, Calamaro, Bertoni e Abbondanza, Controcanto Collettivo, Aterballetto, solo per citare alcuni dei protagonisti degli spettacoli, senza dimenticare Filippo Timi che torna “a casa” con l’Amleto. Tornano anche la mini-stagione del Ridotto e la rassegna “”Perché non ballate?”. Un ensemble di titoli e artisti degni di nota tra i quali spicca anche la produzione numero 150 del Teatro Stabile dell’Umbria, “Il giardino dei ciliegi” di Leonardo Lidi che va a chiudere il cerchio della trilogia su Čechov iniziata nel 2022. Un’idea dell’autore subito sposata da Nino Marino.
Il cartellone sarà presentato pubblicamente alla città di Perugia il prossimo 3 giugno al Morlacchi.
UNO SGUARDO AL PROGRAMMA (30 gli spettacoli in totale)
Si inizia dal 16 al 20 ottobre con “La coscienza di Zeno’ di Italo Svevo, con Alessandro Haber, regia di Paolo Valerio. In scena, come spiega il regista, il racconto «della nostra fragilità, della nostra ingannevole coscienza, della vice che ci parla e che nessuno sente e che ci suggerisce la vita».
Dal 30 ottobre al 3 novembre “Il giardino dei ciliegi” di Anton Cechov, terza tappa della trilogia di Leonardo Lidi e 150esima produzione del Tsu. A precedere la messinscena, il 27 ottobre, per gli appassionati del genere, sarà una maratona del progetto che partirà la mattina con “Il gabbiano”, proseguirà nel primo pomeriggio con “Zio Vanja” e si concluderà alle 18 con “Il giardino dei ciliegi”.
Dal 6 al 10 novembre “L’origine del mondo, ritratto di un interni” scritto e diretto da Lucia Calamaro, con Concita De Gregorio, Lucia Mascino e Alice Redini. Riallestimento dell’opera del 2011 vincitrice di 3 premi Ubu.
Il 15 novembre “Danse macabre!” di Jacopo Jenna, invito austero a danzare verso l’ignoto, legando e affermando relazioni con il mondo attuale, ricercando attraverso una commissione visionaria tra corpi danzanti, film, testi, musica elettronica e luce.

Dal 20 al 24 novembre “Eretici” di e con Matthias Martelli che intreccia la vita di donne e uomini che nei secoli hanno percorso strade diverse da quelle indicate: scienziati, filosofi, artisti, liberi pensatori. Spiriti ribelli che con il loro pensiero ardente, ostacolato e deriso, hanno oltrepassato il tempo.
Il 29 novembre “Panoramic banana.Album degli abitanti del Nuovo Mondo” di mk, caleidoscopio di danze e immagini immerse in una sonorità ibrida, calda come una fornace; una produzione incessante di sistemi coreografici che sembrano rimandare a un nuovo folklore, evocativo di un mondo a venire, in cui il disordine delle cose è la regola, e l’ambiente si fa torbido e pulsante, finalmente indisturbato nel suo desiderio di “rewilding”.
Dal 3 al 5 dicembre “Amleto” di Filippo Timi che trona con questa nuova versione, una rilettura dove ogni gesto o parola diventa gioco e voce personale, provocazione intelligente. Timi prende il testo shakespeariano e lo stravolge, rovescia passioni e personaggi nella stessa gabbia da circo all’interno della quale si svolge questo elogio della follia.
Il 14 e il 15 dicembre “Femina” di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni portano in scena uno spettacolo dedicato all’universo femminile.
Il 17 e il 18 dicembre “Mein Kampf” di e con Stefano Massini, da Adolf Hitler. Cento anni ci separano dal 1924, anno di nascita di “Mein Kampf”. E otto anni sono invece trascorsi dal 2016, quando la Germania decise di consentirne nuovamente la pubblicazione in libreria, ritenendo che soltanto la conoscenza potesse evitare il ripetersi della catastrofe. Massini, dopo anni di lavoro incrociando i testi di tutti i comizi del Führer con la prima stesura del libro-manifesto dettato dal giovane Hitler nella cella di Landsberg, consegna al palcoscenico questo spettacolo in cui “Mein Kampf” emerge in tutta la sua sconcertante portata.

Dal 27 al 31 dicembre “I ragazzi irresistibili” con Umberto Orsini e Franco Branciaroli che si ritrovano insieme sul palcoscenico per ridare vita alla commedia “The sunshine boys di Neil Simon”, nel tentativo di cogliere tutto quello che lo rende più vicino al teatro di un Beckett (Finale di Partita) o addirittura a un Čechov (Il Canto del Cigno) piuttosto che a un lavoro di puro intrattenimento. In questo omaggio al mondo degli attori, alle loro piccole e deliziose manie e tragiche miserie, li affianca la regia di Massimo Popolizio che ritrova nei due protagonisti quei compagni di strada coi quali ha condiviso tra le più significative esperienze del teatro di questi anni.
Dal 10 al 14 gennaio “Gente di facili costumi” di Nino Manfredi e Nino Marino, con Flavio Insinna e Giulia Fiume, regia di Luca Manfredi. Andato in scena per la prima volta nel 1988, con lo stesso Nino Manfredi nei panni del protagonista, questo testo è considerato ancora oggi uno dei più eclatanti apparso sulle scene teatrali italiane negli ultimi decenni.
Dal 16 al 18 gennaio “La morte a Venezia” liberamente ispirato a “La morte a Venezia” di Thomas Mann, drammaturgia e regia di Liv Ferracchiati indaga, a partire dal celebre romanzo, il rapporto tra bellezza e atto creativo.
Il 21 e il 22 gennaio “Monumentum. The second sleep” idea e coreografia di Cristina Kristal Rizzo, spettacolo che ha un andamento temporale racchiuso nella danza pura di un ensemble, espressione di un andamento plurale delle relazioni.

Dal 29 gennaio al 2 febbraio “Antonio e Cleopatra” di William Shakespeare, spettacolo di Valter Malosti. Antonio e Cleopatra sono gli straripanti protagonisti di un’opera basata sulle opposizioni: maschile e femminile, dovere e desiderio, letto e campo di battaglia, giovinezza e vecchiaia, antica verità egiziana e realpolitik romana. Politicamente scorretti e pericolosamente vitali, al ritmo misterioso e furente di un Baccanale Egiziano vanno oltre la ragione e ai giochi della politica. Inimitabili e impareggiabili, neanche la morte li può contenere.
Dal 7 al 9 febbraio “Una relazione per l’Accademia” tratto dall’omonimo romanzo di Franz Kafka, regia di Luca Marinelli, con Fabian Jung. Nata nella Costa d’Oro, una scimmia viene catturata e ferita da una spedizione di cacciatori che la spedisce in Europa. In cinque anni di studio dell’uomo, la scimmia inizia a impararne comportamenti e a sperimentarne pensieri, tanto da arrivare a trovarsi di fronte alla folta platea di una Accademia per raccontare la sua storia. In questa relazione consiste il racconto che Kafka scrisse nel 1917.
Dal 14 al 16 febbraio “Sarabanda” ultima opera di Ingmar Bergman, regia di Roberto Andò. In questa sorta di testamento artistico, il maestro svedese torna a parlare dei protagonisti di Scene da un matrimonio diventati, trent’anni dopo, più maturi ma anche più spietati. Il loro è un ultimo confronto che, in presenza d’un figlio e di una nipote, evidenzia le molteplici sfumature delle relazioni umane e familiari e la loro capacità di generare rimpianti, rimorsi, rancori. Il mistero dell’amore e dell’odio, l’ineluttabile conflitto tra genitori e figli, tra indifferenza e attaccamento morboso, la vecchiaia, l’angoscia degli «ultimi giorni», lo scenario della vita, «troppo grande» per la debolezza umana, sono i temi di questa Sarabanda, danza lenta e severa in cui le coppie si formano e si disfano: dieci scene, dieci dialoghi in cui i personaggi s’incontrano a due a due, per sciogliersi definitivamente nell’esecuzione di padre e figlia della omonima suite bachiana.
Il 19 e il 20 febbraio “La ferocia” dal romanzo di Nicola Lagioia, ideazione VicoQuartoMazzini, regia di Michele Altamura, Gabriele Paolocà. Tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia (Giulio Einaudi Editore), vincitore nel 2015 del Premio Strega e del Premio Mondello, lo spettacolo mette in scena il trionfo e la rovina dell’occidente. Lo fa raccontando la storia della famiglia Salvemini, una saga familiare in cui le colpe dei padri si specchiano nelle debolezze dei figli.
Il 22 e il 23 febbraio “Notte Morricone” di Centro Coreografico Nazionale / Aterballetto, regia e coreografia di Marcos Morau, musica di Ennio Morricone. Con la sua potenza visionaria, e la sua capacità di trasfigurare universi musicali e spunti assai diversi, Marcos Morau è un artista capace di interrogare a fondo la contemporaneità, della quale è davvero voce coreografica, ma non solo. L’immaginazione più visionaria è parte integrante del suo flusso creativo. Per la prima collaborazione con il Ccn / Aterballetto, affiancata da importanti partner produttivi, Morau ha proposto di rivolgersi a una musica iconica del paesaggio del cinema degli ultimi 70 anni: quella del Premio Oscar Ennio Morricone.
Il primo marzo “Strangers in the night” creazione originale di Carlo Massari, co-creato con Jos Baker, Linus Jansner, Martina La Ragione, Chiara Osella. Un progetto cross disciplinare ispirato a “La metamorfosi” di Kafka, che indaga profondamente e ironicamente sulla sottile linea che c’è tra realtà e finzione, tra l’onestà dell’essere e il ruolo da interpretare, tra l’agire concreto e la pantomima.
Dal 5 al 9 marzo “I fantasmi della nostra storia” due spettacoli di e con Fabrizio Gifuni: il 5 e il 6 marzo “Il male dei RIcci. Ragazzi di vita e altre visioni” Fabrizio Gifuni / Pier Paolo Pasolini. A quasi vent’anni dal debutto di ‘Na specie de cadavere lunghissimo (2004) – spettacolo culto, andato in scena per dieci anni consecutivi, ideato e interpretato dall’attore, con la regia di Giuseppe Bertolucci – Fabrizio Gifuni ritorna alle pagine di Pasolini con una nuova drammaturgia originale. La rilettura di Ragazzi di vita – romanzo d’esordio dello scrittore – interpolata e storicizzata con altri scritti pasoliniani (poesie, lettere, editoriali, interviste) – dà vita a un racconto molto personale che l’attore-autore trasferisce in teatro, dialogando ogni sera con i rappresentanti della città, i cosiddetti spettatori, in un gioco di inedite prospettive e vertiginosi sdoppiamenti.
Dal 7 al 9 marzo “Con il vostro irridente silenzio. Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro” Fabrizio Gifuni / Aldo Moro. Aldo Moro durante la prigionia parla, ricorda, scrive, risponde, interroga, confessa, accusa, si congeda. Moltiplica le parole su carta: scrive lettere, si rivolge ai familiari, agli amici, ai colleghi di partito, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie. E insieme compone un lungo testo politico, storico, personale – il cosiddetto memoriale – partendo dalle domande poste dai suoi carcerieri. Le lettere e il memoriale sono le ultime parole di Moro, l’insieme delle carte scritte nei 55 giorni della sua prigionia: quelle ritrovate o, meglio, quelle fino a noi pervenute.
Il 12 e il 13 marzo prima nazionale di “Tourist trap” di Thom Luz e il suo Ensemble. Utilizzando una sequenza di immagini sonore in movimento, lo spettacolo esamina l’ottimizzazione delle mete turistiche del mondo e il desiderio di meraviglie reali. Il pubblico osserverà una famiglia che si prende cura di una meraviglia naturale-artificiale in un belvedere turistico, l’attrazione principale di un luogo altrimenti poco visitato.
Dal 15 al 18 marzo “Seconda classe” drammaturgia originale Controcanto Collettivo, ideazione e regia Clara Sancricca. un’indagine sul tema della ricchezza, del lusso e della sua esclusività. Che alcuni abbiano tanto e altri pochissimo o anche niente è un paradosso nel quale viviamo immersi al punto che saremmo pronti ad allibirci (taluni persino ad allarmarsi) di una sua possibile scomparsa. Questa secolare abitudine all’ingiustizia ha fatto sì che allo sforzo di sradicarla (che pure storicamente è esistito in buone teorie e spesso cattive pratiche) si sia preferito il tentativo di abitarla e, possibilmente, cavalcarla, ciascuno secondo i propri mezzi, gradini e possibilità.
Dal 21 al 23 marzo “La pulce nell’orecchio” esilarante vaudeville di di Georges Feydeau, regia di Carmelo Rifici. Al centro della vicenda una moglie, Raimonda, la quale, allarmata dal comportamento piuttosto freddo del marito, l’assicuratore Vittorio Emanuele, sospetta che egli abbia un’amante. Il dubbio – la “pulce nell’orecchio” – le è nato dopo il ritrovamento di un paio di bretelle, simili a quelle indossate abitualmente dal consorte, presso l’Hotel Feydeau, un albergo assai equivoco vicino Parigi. Per mettere alla prova la presunta infedeltà del marito, gli spedisce tramite un’amica, Luciana, un’appassionata e anonima lettera d’amore in cui dà appuntamento all’uomo in quello stesso albergo, dove Raimonda si recherà per vedere se il coniuge cadrà nella trappola. Vittorio Emanuele, credendo però che il destinatario effettivo della lettera sia il suo migliore amico, Tornello, la consegna a quest’ultimo. Da qui si creerà una serie di fraintendimenti che indurrà tutti i personaggi a incontrarsi all’Hotel Feydeau.
Il 26 e il 27 marzo doppio appuntamento con la danza. “L’uccello di fuoco” coreografia di Edouard Hue, uno dei grandi balletti presentanti all’Opéra de Paris da Les Ballet Russes con musica commissionata a Igor Stravinsky. Questa versione porta il coreografo Edouard Hue ad esplorare un nuovo orizzonte coreografico. Hue utilizza la sua potente e singolare gestualità adattando quest’opera celebre in sintonia con il nostro tempo. “Bolero” coreografia di Hervé Koubi, monumento musicale e coreografico, l’opera di Maurice Ravel porta i tempi al centro del lavoro sviluppando una “melodia avvoltolata instancabilmente su se stessa, simbolo femminile” alla quale “si oppone il ritmo maschile che, aumentando di volume e d’intensità, finisce per risucchiarla”.

Il cartellone si chiude dal 3 al 6 aprile con “Arlecchino?” scritto e diretto da Marco Baliani, con Andrea Pennacchi. Lo spettacolo, spiega il regista, «farà forse sussultare i tanti Arlecchini che nel tempo hanno fatto grande questa maschera della commedia dell’arte. Lui cerca in tutti i modi di essere all’altezza del ruolo, ma non ne azzecca una, é goffo, sovrappeso, del tutto improbabile, ma è in buona compagnia: gli altri attori, che, come lui, sono stati assoldati, con misere paghe, dall’imprenditore Pantalone, sono, al pari di Arlecchino, debordanti, fuori orario, catastroficamente inadeguati. Eppure tutti questi sbandamenti, queste uscite di scena e fughe dal copione, che sono anche uscite nella contemporaneità dell’oggi, queste assurde prestazioni, queste cadute di stile e cadute al suolo di corpi sciamannati, tutte queste parole affastellate, tutto questo turbinio di azioni e gesti, stanno proprio rifacendo il miracolo della grande commedia goldoniana, in una forma non prevista, una commedia dirompente, straniante, che ricostruisce la tradizione dopo averla intelligentemente tradita. Ed ecco allora che la storia, nonostante tutto, anzi proprio grazie a questo tutto invadente, si dipana nella sua narrazione e ne esce un Arlecchino mai visto che riunisce stilemi diversi, frammenti di cabaret, burlesque, avanspettacolo, commedia, dramma, un gran calderone ultrapostmoderno che inanella via via pezzi di memoria della storia del teatro».


