Umbria, zavorre e sfide nell’ultimo rapporto di Banca d’Italia

L’economia regionale non ha ancora colmato i deficit della crisi del 2007 e del Covid

GIUSEPPE CROCE (Professore di politica economica Sapienza Università di Roma)

Anche quest’anno il consiglio per chi volesse leggersi il Rapporto sull’economia dell’Umbria di Banca d’Italia, appena pubblicato, è di non limitarsi ai dati che descrivono gli andamenti congiunturali. Questi sono in gran parte il riflesso della congiuntura nazionale e internazionale e pertanto tendono a confermare, pur con tutte le specificità regionali, cose più o meno note. Più interessante è andare a cercare gli approfondimenti sugli aspetti strutturali che caratterizzano l’economia regionale.

Guardando da questa ottica di lungo periodo, il primo dato che emerge è il pessimo andamento del valore aggiunto dell’Umbria dopo il 2007, anno della sua massima espansione. Rispetto a quell’anno, nel 2023 esso è ancora di 10 punti percentuali al di sotto. È come se l’economia umbra fosse caduta in una buca, anzi un paio di buche, prima la grande recessione e poi il Covid, dalle quali non è più riuscita a risollevarsi. Al contrario, l’economia italiana, sia pure lentamente ha ormai terminato il recuperato.   

Il secondo dato da notare ci aiuta a capire da dove viene questa estrema debolezza. Si potrebbe pensare che essa dipenda da bassi livelli dell’occupazione, ma non è questo il caso. Anzi, in questi ultimi anni il tasso di occupazione ha raggiunto un massimo storico per l’Umbria, pari al 68%, e anche nel 2024 il numero di occupati è cresciuto del 3,2%, un aumento più del doppio di quello nazionale. Un’altra spiegazione plausibile è la demografia. In effetti il calo della popolazione ha contribuito alla caduta del valore aggiunto ma solo in misura marginale. In realtà, la causa di gran lunga prevalente sta nel declino della produttività oraria del lavoro, che in Umbria è diminuita del 6,7% tra il 2007 e il 2023 mentre in Italia, sia pure di poco (+4%) aumentava. La produttività è diminuita in Umbria più che in qualsiasi altra regione italiana, e in questo senso non si esagera parlando di “estrema debolezza”.

Ora, dovendo ragionare di produttività l’argomento si fa sfuggente e perfino affascinante perché la produttività è il risultato di un’alchimia tutto sommato abbastanza misteriosa: certamente cresce se la tecnologia migliora ma anche se chi lavora è felice, se le imprese sono ben organizzate ma anche se gli imprenditori investono e rischiano, se il contesto sociale supporta l’innovazione e i rischi imprenditoriali ma anche se le infrastrutture sono ben funzionanti e se chi lavora è istruito e formato, e potremmo aggiungere alcune altre ragioni.

Fatto sta che, ancora una volta, Banca d’Italia punta il faro sulla produttività come zavorra che tiene al palo la crescita dell’economia umbra. E se è difficile ricavare da questo dato una ricetta, una soluzione capace di rimuovere questa zavorra, possiamo comunque almeno cominciare a riconoscere quali sono le strade che non portano verso la soluzione. Innanzitutto, non può essere il turismo la soluzione per l’Umbria. Sicuramente esso è una realtà in crescita ed è positivo che l’Umbria sappia agganciare, come sta facendo molto bene, questo treno, tuttavia per le sue caratteristiche non è questo il settore da cui attendersi una spinta significativa alla crescita della produttività. Ma non può esserlo neanche l’attrazione di popolazione da fuori regione, sia essa italiana o straniera. Anche in questo caso, ben venga l’afflusso di popolazione, per molti aspetti necessario, ma difficilmente esso genera aumenti di produttività se si tratta di persone poco istruite o che, qualora istruite, poi vengono sotto-occupate. E infine, neanche il pendolarismo di chi va a lavorare fuori regione ma continua a risiedere in Umbria, una realtà molto importante per le aree dell’Umbria più vicine all’area metropolitana romana, può contribuire al miglioramento della produttività. Questi fattori sono utili a sostenere i consumi e i valori immobiliari e anche a mantenere l’offerta di servizi locali, ma non incidono significativamente sulla produttività. Per questa devono trovare spazio attività pubbliche e private tecnologicamente avanzate, nei servizi e nell’industria, e a maggiore impiego di laureati. Rimane questa la sfida decisiva per l’Umbria.

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