IL FRULLATORE | Scaffale delle mie brame, quale promozione di olio ci attende nel reame?

Non basta la scritta Extravergine d’oliva e non basta dire che sia olio. Se scegli l’EVO dal prezzo sbagli qualcosa

DI DIEGO DIOMEDI

Questa volta nel frullatore ci finisce l’olio. Non quello che mettiamo a crudo sulla bruschetta, ma quello che si trova sugli scaffali e nelle trattative tra aziende agricole e grande distribuzione. Un prodotto che da sempre profuma di tradizione e qualità, oggi è al centro di una guerra senza esclusione di colpi: la guerra del prezzo, un vero campo di battaglia.

Il primo fronte è quello delle aziende agricole. Qui la competizione è serrata: ci si osserva, ci si studia e, spesso, si combatte sul prezzo. A volte basta un euro in meno per conquistare un cliente. Ma la battaglia più dura si gioca sugli scaffali della GDO, i supermercati. È lì che il prezzo diventa l’arma principale, persino più del prodotto. La logica è semplice: il consumatore viene attratto da un numero, anche solo da un centesimo in meno – 8,99 invece di 9,00 – un meccanismo psicologico che nell’agricolo non esiste, dove i prezzi sono netti: 8, 9, 10, 12 euro.

La grande distribuzione ha trasformato l’olio – da sempre un prodotto pregiato – in una merce da scaffale, dove le parole diventano fondamentali: basta leggere “olio extravergine d’oliva” per sentirsi rassicurati, anche se il prezzo è sospettosamente basso. Eppure, chi ha più di cinquant’anni ricorderà che fino a qualche tempo fa sugli scaffali c’erano distinzioni chiare: extravergine, vergine, semplice olio d’oliva. La variabile qualità, per la GDO, conta poco. Più che “qualità”, conta “standard”. L’opposto del mondo agricolo, dove spesso si investe in concorsi, riconoscimenti e ricerca della massima eccellenza. Eppure, c’è un punto di contatto: il prezzo cresce quando scarseggia la quantità. È successo con la campagna 2023, caratterizzata da un calo drastico di produzione in tutta Europa: i prezzi sono saliti, anche per l’olio da scaffale.

Andrea Marchini, docente all’Università di Perugia, ci ricorda che «il prezzo è il principale segnale di valore del prodotto». Eppure, nel mercato dell’olio, la relazione prezzo-qualità è confusa. Spesso è il prezzo a comunicare la qualità, non il contrario.

E allora la domanda per noi consumatori è semplice: se vediamo una bottiglia da un litro a 7 euro, ci chiediamo davvero da dove arriva quell’olio, chi lo ha prodotto, con quale raccolta? La verità è che quasi mai lo facciamo. L’olio è entrato talmente a fondo nella nostra quotidianità che spesso conta solo averlo, al prezzo più basso possibile.

Già nel 2012 Marchini aveva fatto i conti: una bottiglia da 0,75 litri di extravergine, sommando i costi di produzione, logistica e distribuzione, sarebbe dovuta costare almeno 10 euro. Eppure, nello stesso periodo, sugli scaffali si trovavano bottiglie da 1 litro a 4,99 o addirittura in offerta a 3,49. Una forbice che ci racconta bene quanto questa guerra del prezzo sia tutt’altro che finita.

Tranquilli, torneremo a parlare di olio Evo più avanti, finirà nuovamente nel Frullatore

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