L’ex deputato M5s, Gallinella: «C’è ancora un’Italia che non si gira dall’altra parte»

In margine alle Marce della Pace. «O piangiamo o ci indigniamo per tutte le guerre o siamo solo degli ipocriti»

di Filippo Gallinella*

PERUGIA – Ho cominciato a seguire la politica estera dal 2013, seguendo passo dopo passo le vicende internazionali che hanno visto l’Italia coinvolta.
Purtroppo in questi anni ho visto crescere qualcosa che dovrebbe preoccuparci tutti: l’ipocrisia delle posizioni, slogan e indignazioni a corrente alternata.
Si invocano principi universali — la pace, i diritti, la libertà dei popoli — ma poi li si piega alle convenienze del momento.
E così, di fronte a tragedie diverse, cambiano le reazioni, le giustificazioni e perfino la percezione della sofferenza umana.
“Aiutiamoli a casa loro”. È un principio condivisibile, se significa sostenere i popoli perché possano vivere liberi e sicuri nei propri Paesi. Ma questo si scontra spesso con un’altra idea che diciamo di difendere: l’autodeterminazione dei popoli.
E qui nasce il dilemma.
Quando un popolo viene aggredito, quando la guerra travolge i civili, che cosa facciamo?
Interveniamo o restiamo a guardare?
Perché non si può essere per l’autodeterminazione solo quando conviene, né ricordarsi della solidarietà solo quando i riflettori dei media sono accesi.
Nel,2013, ricordo, davanti alle tragedie nel Mediterraneo, l’Italia scelse di agire.
Nacque così l’Operazione Mare Nostrum, una missione tutta italiana per salvare vite, non per combattere.
Navi, elicotteri, medici e militari impegnati a strappare al mare uomini, donne e bambini.
E, come sempre accade, non mancarono le voci contrarie: chi la definiva un “fattore di attrazione”, chi ne criticava i costi.
Negli anni successivi, l’impegno italiano si estese in Libia, dove il caos post-Gheddafi minacciava la stabilità del Mediterraneo, i nostri militari e tecnici costruirono ospedali da campo, formarono personale e fornirono assistenza umanitaria.
Anche lì, come in ogni missione, non sono mancate le voci critiche: chi temeva un coinvolgimento eccessivo, chi denunciava l’ambiguità degli accordi con le autorità locali.
Nel Sahel e in Niger, l’Italia ha operato in silenzio, lontano dai riflettori, per contrastare terrorismo e traffici di esseri umani.
E anche nei Balcani, in Libano, nei cieli del Baltico e nel Mar Rosso, il tricolore ha continuato a esserci.
Poi è arrivata la guerra in Ucraina.
L’Italia ha scelto di stare dalla parte della libertà, ma senza dimenticare la compassione. In Parlamento – ricordo – ci fu un acceso dibattito che mi costrinse a lasciare il mio gruppo parlamentare. Feci una scelta che condivido ancora oggi.
E più di recente, un’altra crisi — quella in Medio Oriente — ha riportato la politica estera al centro del dibattito, ma anche delle contraddizioni.
Mentre il mondo si divideva in tifoserie, l’Italia ha scelto un profilo più silenzioso ma concreto.
È nata così, l’11 marzo 2024, l’iniziativa “Food for Gaza”, che ha portato tonnellate di cibo, medicine e acqua ai civili palestinesi, permettendo di curare in Italia quasi duecento bambini con le loro famiglie.
Anche in questo caso, come sempre, non sono mancate critiche: chi riteneva l’intervento insufficiente, chi lo giudicava tardivo, chi ne metteva in dubbio l’efficacia.
Ma al di là delle posizioni, rimane il dato di fatto di un Paese che ha scelto la via umanitaria.
E mentre le diplomazie internazionali si muovono, resta la sensazione amara che — ancora una volta — l’Europa non sia riuscita a essere guida in politica estera.
Probabilmente, se mai arriverà una soluzione stabile in Medio Oriente, sarà grazie alla spinta di un presidente americano discusso ma pragmatico, capace di imporsi con quella forza decisionale che l’Unione Europea non ha mai davvero saputo esercitare.
Vale anche la pena ricordare che non sono solo questi conflitti ad agitare il mondo.
Nel silenzio dei media, continuano guerre dimenticate — in Sudan, dove il conflitto civile ha generato una delle crisi umanitarie più gravi del pianeta; nel Congo orientale, dove le milizie continuano a colpire nel disinteresse generale; in Myanmar, nello Yemen, in Etiopia, e in tanti altri luoghi che non fanno più notizia.
Tutti quei drammi sono un monito: non possiamo scegliere a quale sofferenza prestare attenzione, non possiamo commuoverci per alcune vittime e ignorarne altre, né cambiare bussola morale a seconda del conflitto o dell’interesse del momento.
O piangiamo e ci indigniamo per tutti, senza eccezioni, oppure dobbiamo ammettere di essere solo ipocriti.

*ex deputato M5s

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