DIEGO DIOMEDI
Quando si parla di “dieta mediterranea” si evoca spesso un’immagine idealizzata: pane fragrante, olio d’oliva dorato, vino rosso corposo e abbondanza di frutta e verdura. Un modello di salute e armonia, oggi riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità. Eppure, dietro questa rappresentazione patinata, si nasconde una storia più complessa, fatta di povertà, di adattamento e di profonde differenze sociali.
A ricordarcelo con sguardo critico è l’antropologo Vito Teti, che nel suo recente libro Dieta mediterranea. Realtà, mito, invenzione smonta con delicatezza ma decisione il racconto “pubblicitario” di questa dottrina alimentare. Analizzando le abitudini del Mezzogiorno nella prima metà del Novecento, Teti sottolinea come per i ceti popolari il vero condimento quotidiano non fosse l’olio d’oliva, bensì il grasso del maiale. L’olio, il grano e il vino – la celebre “trinità mediterranea” – restavano prerogativa delle cucine dei ricchi, simboli di un’eredità culturale più che di una realtà diffusa.
Nelle campagne del Sud, fino agli anni Cinquanta, i contadini poveri “mangiavano erbe mal condite”, e il lardo o lo strutto rappresentavano l’unico grasso disponibile. È un dato che ribalta la visione stereotipata del Mediterraneo come culla di una dieta equilibrata e uniforme. L’opposizione tra olio e grasso di maiale diventa così anche un simbolo culturale: due mondi che si intrecciano, riflettendo mutamenti sociali, economici e perfino religiosi.
Teti lega questa riflessione a un passaggio di civiltà più profondo: la sostituzione progressiva del modello romano – fondato sul grano e sul pane, emblemi della civiltà agricola – con quello dei popoli nordici, più legati all’allevamento e al consumo di carne. In questo senso, il pane diventa non solo cibo, ma metafora di cultura e identità. Non è un caso che anche il cinema abbia colto questa simbologia: basti pensare alle suggestive scene del film Il Gladiatore di Ridley Scott, dove i campi di grano rappresentano il ricordo e la purezza dei “campi elisi”, girate non a caso nella toscana Val d’Orcia, cuore visivo dell’antico mondo contadino.
A confermare la complessità di questa narrazione interviene anche Emanuela Scarpellini nel volume A tavola!, dove ricorda come la triade mediterranea – grano, vino e olio – sia divenuta il pilastro di un racconto identitario più che di una realtà quotidiana. Gli stessi contadini del Sud, infatti, erano ben lontani da questo modello: l’olio era raro, il vino un lusso moderato, e il grano spesso sostituito dal mais o da cereali “minori”.
Perfino il pane, simbolo per eccellenza della civiltà mediterranea, raccontava una storia di disuguaglianza. Mentre le classi abbienti potevano permettersi il pane bianco di grano tenero, i contadini si nutrivano di pani scuri, misti a orzo, segale o avena. Il “panrozzo” pugliese, nero e schiacciato, ammorbidito con acqua e sale, era ben lontano dalla romantica immagine della “bruschetta con olio” oggi celebrata come emblema di semplicità contadina.
La dieta mediterranea, dunque, non nasce come mito di equilibrio e salute, ma come risultato di un lungo processo di costruzione culturale, dove il racconto ha finito per sovrapporsi alla memoria materiale del cibo. Riscoprire queste sfumature significa restituire dignità alla storia reale delle popolazioni del Sud, alle loro strategie di sopravvivenza e alla loro capacità di trasformare la scarsità in cultura.


