L’errore come metodo, la visione artistica di Flaminia Brigandì

Una giovane ternana che ha scelto di fare della sbavatura il proprio manifesto e che vede del positivo in città

DIEGO DIOMEDI

TERNI – Nel suo percorso, la ricerca della perfezione lascia il posto alla libertà di sbagliare, trasformando il limite tecnico in una risorsa espressiva. Tornata a Terni dopo l’esperienza della pandemia, Flaminia porta avanti una riflessione profonda sul coraggio di occupare spazi non convenzionali e sulla necessità di creare nuove connessioni culturali in città. In questa intervista ci racconta come è nato il progetto «Fuori dai bordi» e cosa significa, oggi, scommettere sull’autenticità del disordine.

Flaminia, spesso cerchiamo la sicurezza nei percorsi già tracciati. Come hai capito che la tua strada era invece altrove?

«L’idea è nata da un’osservazione quasi banale, ma costante: la tendenza generale a cercare la perfezione dentro percorsi già tracciati. Mi sono resa conto che le intuizioni più interessanti, quelle che davvero spostano lo sguardo, mi capitavano sempre quando ‘sbagliavo’ strada o uscivo dalle regole del mio settore».

Questo ti ha portata a riconsiderare il concetto stesso di limite. Che valore dai a ciò che solitamente definiamo un confine?

«Ho capito che i ‘bordi’ non sono confini necessari, ma spesso sono solo abitudini mentali. Ho voluto dare un nome a questo spazio di libertà, trasformando quello che molti vedono come un errore in un metodo di ricerca».

Il tuo approccio sembra quasi una sfida alla tecnica. Qual è il traguardo che insegui con questa sperimentazione?

«L’obiettivo è duplice: da un lato c’è la sperimentazione pura, la voglia di vedere cosa succede quando si forza il limite (il mio oggettivo non saper disegnare). Dall’altro, c’è un messaggio di invito per chi guarda: non abbiate paura dell’inedito».

In un’epoca dominata da filtri e immagini patinate, che ruolo ha la “sbavatura” nella tua arte?

«Vorrei comunicare che l’autenticità si trova spesso nel disordine, in quella sbavatura che esce dal contorno. In un mondo che ci spinge all’omologazione, Fuori dai bordi vuole essere un elogio dell’unicità e del coraggio di occupare spazi non convenzionali».

Sei tornata a vivere a Terni in un momento storico particolare, quello del post Covid. Che città hai ritrovato dal punto di vista artistico?

«In realtà io sono tornata ad abitare a Terni dopo il Covid e mi sono accorta che un sottobosco culturale c’è, ed è anche molto interessante solo che purtroppo mancano gli spazi da dedicare a questo (cioè all’arte in tutte le sue forme) o gli strumenti e per strumenti intendo una rete comunicativa efficace».

Secondo te, cosa manca oggi agli artisti del territorio per riuscire a emergere o a fare massa critica?

«Mancano gli spazi da dedicare all’arte in tutte le sue forme e mancano gli strumenti, intesi come una rete comunicativa efficace che permetta a questo sottobosco di uscire allo scoperto e dialogare».

Cosa ti auguri per il futuro della scena culturale ternana e per il tuo percorso personale?

«L’augurio è quello di continuare a occupare spazi non convenzionali. Spero che si riesca a costruire quella rete che oggi manca, perché il fermento c’è, bisogna solo metterlo a sistema».

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