Imposte tasse conti

C’è chi diminuisce le tasse e chi le aumenta

L’intervento di Paolo Coletti

DI PAOLO COLETTI

PERUGIA – Mentre il Governo nazionale, con la nuova legge di Bilancio, punta ad alleggerire il carico fiscale sul ceto medio, attraverso l’estensione dell’aliquota IRPEF del 33% ai redditi fino a 55 mila euro e l’annunciata stabilizzazione dell’esenzione dal bollo auto per un veicolo fino a 80 kW per persona, la realtà vissuta nei territori racconta una storia decisamente diversa.

In Umbria, infatti, la manovra fiscale regionale ha imposto un aumento significativo della pressione tributaria, con aliquote dell’addizionale IRPEF che arrivano fino al 3,33% per i redditi superiori a 50 mila euro. Il paradosso è evidente: mentre lo Stato centrale prova a lasciare più soldi in tasca a lavoratori e famiglie, la Regione Umbria continua a chiedere ai propri cittadini un sacrificio fiscale aggiuntivo.

Ma la questione non riguarda soltanto quanto si paga. Riguarda soprattutto perché si paga e come vengono utilizzate le risorse prelevate.

La Giunta regionale ha giustificato l’aumento delle imposte richiamando un presunto enorme disavanzo della sanità umbra, quantificato inizialmente in 243 milioni di euro. Una cifra che ha contribuito a sostenere la necessità della manovra fiscale e che ha alimentato l’allarme sulla situazione finanziaria del sistema sanitario regionale. Ma proprio su questa rappresentazione dei conti è intervenuta la Corte dei conti, evidenziando che il dato di 243 milioni riguardava i risultati negativi delle quattro aziende sanitarie e ospedaliere, senza considerare adeguatamente il risultato positivo della Gestione sanitaria accentrata regionale.

Nel corso della parifica del rendiconto 2024, il disavanzo complessivo è stato ricondotto a circa 34 milioni di euro, al netto delle risorse considerate. Una differenza enorme rispetto alla cifra inizialmente comunicata. Questo non significa che la sanità umbra non abbia problemi finanziari, né che ogni esigenza di copertura sia venuta meno. Ma pone una domanda politica inevitabile: era davvero necessario chiedere ai cittadini e alle imprese umbri un aumento fiscale di questa portata sulla base di una rappresentazione del disavanzo che la Corte dei conti ha successivamente ridimensionato?

E soprattutto: a fronte di un prelievo così importante, quali risultati concreti stanno ottenendo i cittadini in termini di servizi, personale, prestazioni e riduzione delle liste d’attesa? È proprio qui che occorre verificare come vengano impiegate le risorse e quali risultati producano. Si prenda il caso del nuovo ospedale di Narni-Amelia, un progetto dal costo previsto superiore a 84 milioni di euro. La realizzazione di una nuova struttura sanitaria può essere una scelta legittima, ma deve essere accompagnata da una programmazione credibile. E allora le domande sono inevitabili. Quali funzioni avrà il nuovo ospedale rispetto a quello di Terni? Quali reparti saranno effettivamente attivati? Quali specialità saranno presenti? Da dove arriveranno i medici, gli infermieri e il personale necessario a garantire il funzionamento della struttura? E ancora: quale sarà il costo annuale di gestione, una volta terminati i lavori? Con una distanza territoriale così ridotta rispetto al polo ospedaliero ternano, il rischio di duplicare servizi e strutture deve essere valutato attentamente.

Non basta costruire un ospedale per garantire assistenza. Occorre dimostrare che esistano le condizioni per farlo funzionare, evitando che un investimento importante si trasformi in una struttura sottoutilizzata o incapace di offrire le prestazioni previste. La questione non è essere contrari a priori a un nuovo ospedale. È chiedere che la Regione chiarisca quali esigenze sanitarie intenda soddisfare e con quale organizzazione. L’esperienza di Pantalla dovrebbe almeno indurre alla prudenza. Nell’aprile 2026 la stessa USL Umbria 1 ha riconosciuto che la disponibilità insufficiente di anestesisti e personale del blocco operatorio impediva di programmare ulteriori sedute chirurgiche. È vero che il numero degli interventi effettuati a Pantalla è aumentato negli ultimi anni. Ma questo non cancella il problema della disponibilità di personale e della capacità organizzativa.

La lezione è semplice: un ospedale non vive di cemento, ma di medici, infermieri, tecnici, organizzazione e risorse per garantire le prestazioni. Prima di impegnare decine di milioni di euro in nuove strutture, sarebbe quindi necessario dimostrare che la Regione dispone di un piano concreto per assicurare personale e servizi, senza sottrarre risorse alle strutture già esistenti.

C’è poi un’altra questione che merita attenzione: le 200 assunzioni previste nella società in house PuntoZero. Il piano contempla 100 operatori CUP e 100 addetti amministrativi, con assunzioni a tempo indeterminato e a tempo parziale. La stabilizzazione del lavoro può essere una scelta legittima e utile. Ma in un’amministrazione che chiede maggiori sacrifici fiscali ai cittadini è doveroso domandarsi se il fabbisogno di personale sia stato calcolato tenendo conto delle possibilità offerte dalla digitalizzazione e dall’Intelligenza Artificiale. Oggi molte attività ripetitive, dalla classificazione dei documenti alla gestione delle richieste standard, dall’elaborazione dei dati alla compilazione delle procedure amministrative, possono essere automatizzate o svolte con strumenti digitali che riducono tempi e costi.

Naturalmente non tutte le mansioni amministrative sono sostituibili. I servizi sanitari richiedono controlli, responsabilità, gestione delle eccezioni e rapporti con gli utenti. Ma proprio per questo sarebbe necessario conoscere quali attività saranno svolte dai nuovi assunti, quali processi saranno digitalizzati e quale sarà il costo complessivo dell’operazione. La Regione ha spiegato che l’obiettivo è consolidare l’organico e ridurre il ricorso a contratti a termine e alla somministrazione.

Resta però una domanda: prima di procedere con 200 nuove assunzioni, è stata effettuata un’analisi seria delle attività automatizzabili, dei carichi di lavoro e delle alternative tecnologiche? Quali servizi miglioreranno? Quali tempi di attesa saranno ridotti? Quali risparmi o incrementi di efficienza sono previsti? Non si tratta di sostenere che ogni dipendente sia superfluo o che l’Intelligenza Artificiale possa sostituire integralmente il lavoro umano. Si tratta di chiedere che una Regione chiamata a imporre maggiori tasse dimostri di utilizzare le risorse pubbliche con criteri di efficienza, innovazione e responsabilità. La digitalizzazione non dovrebbe essere un semplice slogan, ma uno strumento concreto per migliorare i servizi e contenere i costi. E se esistono attività che possono essere svolte più rapidamente ed economicamente attraverso l’automazione, sarebbe ragionevole verificarlo prima di assumere nuovo personale per compiti ripetitivi.

Aumentare le tasse mentre si costruiscono nuove strutture, si affrontano difficoltà di personale negli ospedali e si programmano nuove assunzioni amministrative senza un confronto pubblico sui costi e sui risultati attesi pone un problema di priorità. I cittadini umbri non chiedono soltanto di pagare meno. Chiedono che ogni euro prelevato venga utilizzato per migliorare concretamente la sanità, ridurre le liste d’attesa, garantire personale e rendere più efficienti i servizi pubblici. Perché il problema non è soltanto quanto la Regione incassa, ma soprattutto quanto riesce a restituire ai cittadini in termini di servizi, efficienza e qualità della vita. E quando si chiedono sacrifici fiscali così rilevanti, la trasparenza sui conti e la responsabilità nell’utilizzo delle risorse diventano un dovere ancora più importante.

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