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VISTI DA VITTORIA |  Tre premi Oscar e una storia da non perdere. Il trailer

di Vittoria Epicoco

PERUGIA – Stati Uniti, 1962: storicamente parlando, Martin Luther King sta combattendo la sua battaglia contro la segregazione razziale.

Il candidato al premio Oscar Viggo Mortensen è Tony Vallelonga, un italoamericano che, per mantenere la famiglia, lavora come buttafuori in un locale.
Tony è – a modo suo – un marito e padre amorevole; è un razzista, un uomo a cui piace mangiare, sgraziato nei modi e, per questo, caratterialmente schietto e solito risolvere i problemi con la violenza.
Quando, costretto a sbarcare diversamente il lunario per la temporanea chiusura del Copacabana, gli viene offerta l’opportunità di lavorare come autista di un musicista, il rozzo Tony incontra l’eleganza e la delicatezza del pianista afroamericano Don Shirley (il premio Oscar Mahershala Ali) che ha deciso di tenere i suoi concerti nel profondo Sud, dove il razzismo è tanto più crudo che altrove, da costringere Tony ad affidarsi in alcune circostanze alla “Carta Verde” (da qui il nome del film), un libretto dove sono indicati ristoranti e alberghi in cui gli uomini di colore possano tranquillamente entrare.
La profonda diversità di carattere dei due sarà, all’inizio, motivo di continui battibecchi, salvo poi l’instaurarsi di una fortissima amicizia.

Alla regia Peter Farrelly (questa volta senza il fratello Bobby), di cui si rintraccia quella comicità di film come Scemo & più scemo, Amore a prima svista e altri, comicità che riesce ad alleggerire un tema tanto pesante quale quello del razzismo, ancora oggi per niente superato.
Quello sul grande schermo è un Viggo “diverso”, contraddistinto da uno studio incentrato sulla mimica tutta italiana, per la quale l’attore dà veramente il meglio di sé.
E anche il ruolo di Mahershala Ali sembra un abito cucito su misura; è un uomo tutto d’un pezzo, composto anche quando Tony riesce a tirarlo fuori da una perfezione dietro a cui “il Don” sembra spesso nascondersi per ovviare al clima di razzismo di cui è vittima.
I temperamenti dei due personaggi si modellano l’uno sull’altro durante tutto il film, dal momento in cui le loro vite si intrecciano.
Della fotografia, a cura di Sean Porter, è apprezzabile lo “svecchiamento” stile anni Sessanta ed i colori un po’ retrò.
I concerti di Don Shirley si prestano come gran parte della musica che accompagna la pellicola, ma non è tanto il lato tecnico a rendere questo film un’idea vincente e, allo stesso tempo, tragicamente vero, quanto quello morale.
La quantità di temi che Farrelly riesce a sviscerare, offre molto materiale su cui riflettere.
Segregazione razziale negli anni Sessanta, barriere di confine nel XXI secolo, ad esempio; questo è quello che più di altri affianca il centro nevralgico attorno a cui si articola tutta la vicenda.
Il film è una presa di coscienza, una riflessione profonda non tanto sulla diversità, ma sul ruolo che ognuno di noi ha in relazione ad essa.
Fresco di ben tre premi Oscar, tra cui quello al miglior film, è assolutamente da vedere prima che lasci spazio alle prossime uscite.

Il trailer:

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