The wind of Renzi spazza l’Umbria, Verini resta l’unico parlamentare Pd (e forse anche la Marini lascia)

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Dopo la tempesta grillina, le grida contro i vecchi consiglieri, Cucinelli brandito contro Fora, si prepara il dopo Pd: via Ginetti, Grimani e Ascani. Fare le liste per le regionali sarà un’impresa. E ci sono pure i rumors sull’ex governatrice

di Marco Brunacci

PERUGIA – The wind of Renzi spira forte sull’Umbria, primo appuntamento elettorale dopo la conclusione cruenta del governo gialloverde e l’invenzione del governo giallorosso. Due tentativi di fusione a freddo che rischiano di far saltare il laboratorio.

Ma il commissario dei Ds umbri, Walter Verini, non poteva immaginare che sarebbe successo di tutto. Se finisce in piedi, al centro, com’è, di queste tempeste incrociate va ricordato a piazzale degli eroi.
Un breve promemoria: Verini ha un candidato alla presidenza della Regione che si chiama Fora, viene dalla presidenza di Confcooperative e per farlo digerire al Pd ci sono volute flebo di Alkaseltzer. Adesso che sembrava filare tutto liscio e il sorriso dell’aspirante governatore che si sporge in mezza Umbria dai manifesti 3per6 doveva garantire che i maldipancia ormai li aveva solo Bacchetta, la Proietti e pochi socialisti da battaglia risorgimentale (Santini), eccoti il Di Maio che non si limita a notificare l’intesa raggiunta da giorni e giorni tra Grillo e Zingaretti, un compitino facile facile, pulito, senza sbavature, ma si mette a coinvolgere Brunello Cucinelli, tessera numero uno del renzismo, infila nel frullatore il suo nome come potenziale candidato alla Regione, e a nulla valgono i no di Cucinelli, il quale ha ben altro a cui pensare.

Finiti qui i guai per Verini? Magari. Ci pensa Renzi a ricordargli che il governo è appeso a un filo e che Zingaretti è leader di un partito, il Pd, che «ha esaurito il suo ruolo».
Da qualche ora squillano i telefoni di tutti quelli che hanno avuto o hanno ancora qualche responsabilità nel Pd per capire cosa stia succedendo. Dal centralismo democratico al centralino psicopatico. Gente in preda a una crisi di nervi capisce che il momento è di quelli dai quali non si torna indietro, ma in Umbria c’è una emergenza in più: si deve andare al voto, non c’è tempo per capire.
Verini si ritrova pezzi da novanta del suo partito dall’altra parte della barricata: c’è prima di tutti Grimani, che a Terni ha delle responsabilità di partito e non è solo senatore. Va con Renzi anche l’altra senatrice Ginetti, che è di Corciano, provincia di Solomeo, capitale del Cucinellishire. Almeno la Anna Ascani non è un problema: si sapeva che è renziana osservante e praticante. Quanti altri usciranno dal partito? Come si faranno le liste? Pensando ai renziani o agli zingarettiani e ai bacchettiani o ai filogrillini? Per dirne una: conterà più Di Maio che il veltroniano storico ma poco veriniano, Mauro Agostini? E i cattolici del senatore Castellani dove li mettiamo?

Se poi qualcuno aveva intenzione di rendere la giostra più vorticosa cosa si poteva inventare di meglio che buttare lì la candidatura di uno stimatissimo magistrato alla presidenza della Regione?
E pensare che sembrava arrivata la quiete dopo la tempesta con la diffusione di un sondaggio – così riservato che ce l’avevano tutti – e che dava il centrosinistra solo di un’incollatura dietro al centrodestra, anche se con una percentuale da considerare lusinghiera (un vero balzo in avanti rispetto alle ultime consultazioni) per i Cinquestelle, fino a ieri l’altro censori implacabili del “potere rosso” nella piccola Umbria e ora nuovissimi alleati.

Cosa succederà di dirompente adesso è difficile immaginare, magari i cocci si ricompongono. Hai visto mai. Ma ci sono ancora i grillini, con la Carbonari che brandisce la spada del rinnovamento dei nomi non potendo più usare quella dell’alternativa al sistema, che non vogliono che si ricandidi nessuno dei vecchi consiglieri regionali. Come finirà?
Allora, per tirare una conclusione in questa steppa battuta dai venti. Di sicuro c’è solo questo: Verini non è solo il commissario del Pd umbro con un numero tale di patate bollenti in mano che neanche un fachiro, ma è rimasto anche l’unico parlamentare eletto dall’Umbria del Pd. Un evento storico.

Ma non finisce neanche qui. L’ultima voce è quella destinata a creare maggiori sconquassi: c’è chi insiste nel dire che – visto il modo nel quale è stata trattata da Zingaretti – la presidente della Regione, dimessa in primavera, Catiuscia Marini, potrebbe essere l’acquisto del partito di Renzi in Umbria più pesante e rilevante. Aspettare per credere.

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