Confcommercio: «Serve una grande mobilitazione dell’Umbria per riaprire in sicurezza, rispettando i protocolli»
di Giorgio Mencaroni*
UMBRIA – Le reazioni negative all’ultimo decreto per il contenimento del coronavirus che impongono un ulteriore stop a migliaia di imprese umbre – da parte delle istituzioni, il mondo economico e perfino quello accademico – confermano fortemente la nostra posizione: tutti gli imprenditori umbri non solo sono pronti a ripartire, ma devono ripartire, certamente rispettando i protocolli di sicurezza che sono già pronti. Ci sono perciò le condizioni per una grande mobilitazione dell’Umbria che lavora e che produce, per far ripartire una macchina ferma da due mesi, certo nelle condizioni di massima sicurezza, per evitare che il motore non riesca più a riavviarsi.
Il governo non ha ascoltate le ragioni delle imprese, altrimenti non avrebbe fatto scelte incomprensibili come quella di far ripartire filiere che evidentemente crede strategiche, ad esempio il tessile o quella dell’auto, fermandosi però ad un passo dalle porte di negozi e autosaloni. Parte quindi manifatturiero e ingrosso, ma non la distribuzione: non ha senso, e finisce per danneggiare anche le prime due componenti della filiera. In tutte le attività sociali, in primis nella politica, ci devono essere tre momenti: quello del confronto, della condivisione e infine della comunicazione. Il governo è mancato nel confronto con le parti sociali e nella condivisione delle scelte; si è fermato alla comunicazione delle decisioni già prese. E questo è francamente inaccettabile.
C’è una parte delle nostre imprese che non ha mai smesso di offrire un servizio alla comunità, un servizio che si è dimostrato essenziale e strategico fin dai momenti della massima emergenza sanitaria e della massima preoccupazione. In larghissima parte sono stati i nostri piccoli esercizi di prossimità a svolgere questo ruolo sociale, nelle città come nei borghi più piccoli, dimostrando da subito una grande maturità e consapevolezza, un enorme senso di responsabilità.
Non capiamo perché questo stesso senso di responsabilità non possa essere oggi riconosciuto agli altri imprenditori del settore non alimentare e dei pubblici esercizi, che si vedono allontanare senza motivo la prospettiva di riprendersi dal colpo di avere per due mesi fatturati pari allo zero. La mobilitazione di cui c’è bisogno è giusta e necessaria: parte dalle condizioni sanitarie dell’Umbria per come ci è stata narrata in queste settimane, che sembrava in pole position per la ripartenza. L’Umbria allora può e deve ripartire.
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