POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | «I problemi della produzione e della distribuzione, serve ancora tempo. Intanto usiamo meglio tutte le armi che abbiamo». E in queste ultime ore gli Usa autorizzano la prima cura con gli anticlonali, anticipando i tempi dell’Europa
di Marco Brunacci
PERUGIA – L’annuncio della Pfizer di avere un vaccino anti Covid, in fase 3, efficace al 90 per cento nel preservare dall’infezione, ha avuto il potere di infiammare le borse e di accendere un dibattito mondiale, ma come deve essere preso dal mondo scientifico? «Come una buona notizia, ma restando, ancora e sempre, con i piedi ben saldi a terra», lo spiega Luigina Romani, immunologa di fama internazionale dell’Università di Perugia.
Attese e speranze sono giustificate? «Speranze e attese, va bene. Ma sapendo quali sono le difficoltà di un vaccino, di ogni vaccino. Intanto prevede che serva una “catena del freddo” per poterlo usare. La temperatura non deve scendere – in questo caso – mai sotto il 75% e comunque si mantiene per 10 giorni al massimo. Questo significa che lo sforzo per la manifattura e per la distribuzione è enorme».
La Pfizer ha annunciato di essere in grado entro quest’anno di poter realizzare 50 milioni di dosi del vaccino, che diventerebbero 1 miliardo 300 milioni nel corso del 2021. La van der Leyen ha fatto sapere che l’Unione europea punta ad averne 300 milioni di dosi (la Pfizer ha lavorato al vaccino in intesa con un’azienda a tedesca). «I numeri sono impressionanti, ma anche le difficoltà da superare non sono indifferenti e comunque i tempi perché il vaccino, un vaccino in generale, produca effetti sul contagio non sono tanto brevi». E Romani comincia ricordando i 15 giorni che passano dalla somministrazione alla prima verifica sul soggetto al quale è stato iniettato. Quando si parla di tempi, è giusto che gli scienziati seri (Romani prima fra altri) non si mettano a tentare previsioni, ma volendo comunque azzardare calcoli da profani, su dati di esperienza, l’incidenza reale sul fenomeno difficilmente potrà esserci prima di febbraio-marzo 2021, qualunque sia la velocità attraverso la quale si riesce a produrre e distribuire il prodotto.
E Romani preferisce piuttosto insistere su quello che va fatto qui ed ora, continuando a ragionare in questo frattempo su tutto quello che lei afferma dall’inizio dell’epidemia. «Il virus – ripete da sempre – sta facendo il suo mestiere». Per quanto tragico possa essere e con tutti i misteri che ragionevolmente ci sono sui modi e sui tempi in cui si è messo a circolare, partendo dalla Cina, si deve guardare al contagio come un grande problema da risolvere con lucidità. «Da quando parlo di Covid continuo a ripetere che vorrei tanto che non ci fosse un numero maggiore di gente che si ammala di paura del Covid che di Covid», dice con quell’aureo mix di competenze e buon senso di cui è capace e che è senza dubbio il grande assente nel dibattito scientifico, mediatico e politico sulla lotta del virus.
La scelta di una strategia mediatica del panico sta producendo effetti opposto a quelli prefissati ed è sotto gli occhi di tutti: le persone più giovani e più sane continuano a incontrarsi senza sentire la responsabilità di essere potenziali veicoli di infezione per chi è anziano o debole. Gli ospedali vanno in tilt, tra persone angosciate, con o senza ragione, moltiplicando la possibilità che gli ospedali tornino, a loro volta, ad essere veicoli di infezione.
Servirebbe un parere lucido e una capacità di discernimento maggiore più ancora di un vaccino e comunque aspettando i primi effetti reali del vaccino?
Romani si defila da dibattiti del genere, è evidente che non è il momento di aggiungere legna a un fuoco che è lontano dall’essere spento, piuttosto che muoversi mantenendosi in piedi su quelle poche rocce che spuntano dal torrente e che permetteranno alla fine probabilmente, più di ogni altro intervento, di passare da una riva all’altra.
Romani riparte con il suo piccolo, prezioso elenco di considerazioni: «Ricordo che comunque l’attuale ondata dei contagi, se siamo fortunati, può avere effetti nello stimolare le reazioni immunitarie di una parte consistente della popolazione. Se siamo fortunati, e lo ripeto, ne potremo avere dei vantaggi. Come possiamo avere da subito effetti positivi da un uso, magari più mirato, di farmaci antivirali che hanno già dato risultati – prosegue –
Ma ricordo soprattutto che si stanno studiando, con più appropriatezza e lucidità, le reazioni del sistema immunitario all’aggressione del virus. C’è un nuovo studio assai interessante. Rafforzare le difese immunitarie nei più deboli è un’altra strada. E una concreta speranza viene da un utilizzo degli anticorpi monoclonali, l’ho già detto e ripetuto. Le nostri armi in questa fase sono queste, insieme al grande senso di responsabilità di tutti, dall’uso della mascherina all’evitare gli assembramenti. Ma anche qui: piedi per terra, lucidità, un passo alla volta, ma parliamo di speranze non campate in aria».
Non è un caso che la Fda americana proprio in queste ore abbia dato il via libera, per uso limitato e in emergenza, ai primi anticorpi monoclonali prodotti da un’azienda Usa.
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