Si rovescia il piccolo mondo dell’economia dell’Umbria, la Regione punta tutto sulle imprese per creare lavoro e battere il declino

POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Leggere il Defr per scoprire che l’Ente pubblico vuol ripartire dalla fiducia, mettendo tutte le risorse che ha e che recupera (con spending review e riforma delle Partecipate) e quelle dell’Europa, a disposizione di chi fa sviluppo

di Marco Brunacci

PERUGIA – È una piccola-grande rivoluzione, se volete pure copernicana, piccola perché l’Umbria questo è, grande perché si tratta di rovesciare le priorità finora seguite per raggiungere gli obiettivi.

Si corre sul filo del rasoio, si rischia l’osso del collo, nel senso che l’Umbria viene da un decennio di pil ingessato, dopo la grande crisi finanziaria mondiale a cavallo dell’anno 2007, e se non riparte sono guai per tutti. Significa precipitare a sud, significa declino industriale, prospettive di disarmo, un orizzonte da terra di pensionati angosciati e nipoti che cercano una strada in uscita.
Cosa propone allora la nuova giunta regionale, a guida Donatella Tesei, chiamata a sedersi sui detriti di dieci anni di mancata crescita, sul pil più asfittico d’Italia (Molise escluso)?

LE IMPRESE, ARMATEVI MA PARTITE

Uno: rimettiamo al centro le imprese, sono loro che devono produrre sviluppo e ricchezza e quindi più lavoro per tutti, meglio retribuito, più adatto alle sfide di questi anni, finito (perché davvero ora finirà, a mesi, ma finirà) il Covid e il suo disgraziato lascito economico.
Se a qualcuno sfugge questo vuol dire che la strada non è e non sarà quella dell’economia assistita, dell’ente pubblico che mette qualche toppa al cappotto irrimediabilmente sdrucito. Se la sfida non si vince? Chiaro: sono guai. Non è un caso che c’è la Cgil (a differenza di Cisl e Uil) che si è voluta scostare nel confronto della concertazione leggera (fatta di brevi comunicazioni e non di estenuanti riunioni) e già carica i fucili a pallettoni. Sarà battaglia.

IL DECISIVO SENTIMENT DELLA FIDUCIA

Due: se il centro motore non è più l’ente assistenziale, serve che che la Regione risvegli la fiducia, il sentiment decisivo nel sistema economico che funziona, che i tanti risparmi umbri (da record nazionale in questo ultimo periodo) trovino la strada degli impieghi, della produzione, dell’intrapresa, non più solo quella della rendita. E se non ci si riesce? Di nuovo guai, per tutti.
Ma questo è il senso della piccola-grande rivoluzione copernicana, che non accetta e non accetterà la filosofia della decrescita felice: ammainiamo bandiera, ci rifugiamo in fondo al gruppo, al riparo dei venti forti. Che è una prospettiva che affascina molto di più di quanti non lo ammettano, ma non è solo meschina – e passi – ma anche piena di rischi di ogni genere, proprio per le categorie più deboli.

DEFR, NON IL CATALOGO DELLE ILLUSIONI

Da dove emerge tutto questo? Da una lettura attenta del Documento di economia e finanza regionale (Defr), che nessuno di solito guarda con attenzione perché il più delle volte è pieno di ovvietà miste a qualche sogno, infiocchettate, come strenne a Natale, con espressioni dotte prese a prestito tra quelle più in voga nel pensiero economico da copertina patinata.
Stavolta invece bisogna leggere e capire e poi sperare che non si vada a ramengo. La strada che decide di intraprendere l’Umbria è quella delineata sopra, ma non si limita a enunciare, piuttosto si prepara al viaggio sistemando nei bagagli quel che serve.

I SOLDI DELL’EUROPA

E allora: i soldi suoi (pochi) ma soprattutto quelli dell’Europa per aiutare le aziende a rifiatare, a riprendere a crescere e a creare lavoro. Un bel colpo ai sovranisti della domenica, che pensavano di farne a meno. Ecco allora che la finanza regionale gira intorno alla riprogrammazione dei fondi comunitari, già fatta a grande velocità, e che permette di avere liquidità che altrimenti non si avrebbe.

L’ANNO ZERO DELLE PARTECIPATE

Poi l’impegno a dare un senso alle 14 (quattordici) agenzie e società partecipate che non si sa bene cosa facciano ma lo fanno con tanta gente e il più delle volte male. Da fine mese si saprà quanto spendono, si darà una loro mission precisa e si chiederà di portarla a termine con un piano industriale coerente. Poche cose e fatte bene. Con quanta gente? Quella che c’è (tanta), sempre che con lo smart working, a livello nazionale, non studino anche una norma per introdurre la cassa integrazione a rotazione nel pubblico. Ma è prematuro anche solo farne accenno.
Se le partecipate non cambiano registro? Chiusure (molto, ma molto difficili) o accorpamenti (possibili, anzi uno è vicino a realizzarsi).

SPENDING REVIEW SEMPRE E COMUNQUE

Ancora: la Regione in questo percorso ci mette del suo (si evince dal Defr) l’intenzione di fare la spending review continua, non episodica, per entrare nella Terra promessa (tante volte evocata da City journal) della Regione leggera. Non sappiamo se qui siamo abbastanza chiari: si spende meno nell’ente pubblico per trovare soldi in favore delle imprese le quali devono creare lavoro ed essere strumenti per combattere declino e povertà.
E visto che bisogna essere chiari: l’ente pubblico si prende impegni, le imprese – sarebbe opportuno – devono fare solenne giuramento che smetteranno di pensare al pubblico come a un distributore automatico di vantaggi e prebende.

LOTTA DURA ALLA MALABUROCRAZIA

Come la Regione aiuterà le imprese a farsi motore di sviluppo? Semplificando la burocrazia, modulando diversamente i controlli, da usare non per impedire le iniziative dei volenterosi – non come manganello dell’amministrazione – ma solo per stoppare i comportamenti quando non sono corretti.
Volete un esempio? Le Vetrerie piegaresi erano a un passo dal lasciare l’Umbria per realizzare il loro maxi progetto, e questo solo per non dover affrontare un percorso da fachiri tra i chiodi delle carte bollate e delle autorizzazioni da autorizzare e ri-autorizzare una volta ancora. La Regione si è mossa per studiare le questioni e capire gli ostacoli burocratici e amministrativi, che non erano insormontabili. Risultato: le Vetrerie piegaresi restano a investire in Umbria.
Si era detto dello smart working. Può essere un’opportunità, non necessariamente una penosa necessità (in tempi di Covid). Se si tiene sempre a mente l’innovazione – che è la stella polare del Defr – ecco che possiamo immaginare dirigenti, funzionari, quadri che dal casolare dell’Umbria continuano il loro impegno a distanza nelle loro rispettive aziende, a livelli alti, ma anche medio alti e anche solo medi e neanche medi.

INNOVAZIONE STELLA POLARE

Innovazione, per finire la prima parte del ragionamento, quello della filosofia generale del Defr: l’Umbria ha già messo 15 milioni su innovazione e sviluppo, che sono poco ma non niente. Su questa strada si impegna a fare di tutto e di più. Perché non ci sono alternative: in una realtà territoriale come l’Umbria le infrastrutture materiali – chieste alla politica dal presidente di Confindustria, Alunni, a gran voce nell’assemblea generale degli industriali umbri – vanno completate e c’è poco da girarci intorno ed è impegno che si è presa la Tesei, ma il futuro si gioca non tanto su una strada o su una ferrovia quanto sulla capacità di fare qualcosa in più, di innovare più rapidamente degli altri e nella direzione migliore.
Bene: se tutto questo resta un libro dei sogni o va ramengo? Come detto e ripetuto: guai seri per tutti. E non solo la Cgil pronta all’angolo con i fucili caricati a pallettoni.

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