di Marco Brunacci
PERUGIA – Le liste d’attesa da sempre sono la questione centrale della sanità. Dopo la grande crisi del Covid l’emergenza è ancora più seria. Di certo non è solo dell’Umbria, ma l’Umbria non è tra le regioni migliori.
Per questo ci si attendeva una iniziativa forte, per dare anche un segnale. Magari un commissario speciale, come è successo per la campagna vaccinale, che da quando ha potuto contare su un direttore di riferimento (Massimo D’Angelo) ha cambiato di passo e ha superato le incertezze e i ritardi nell’avvio.
Il commissario però non ci sarà. L’assessore alla sanità Luca Coletto avrebbe convinto la giunta regionale e la presidente Tesei che sarebbe stato sufficiente un piano di rientro, che dovrebbe concludersi in sei mesi, tenendo presente che delle 280 mila prestazioni da erogare nel 2020 ne sono rimaste inevase “soltanto” 80mila, concentrate soprattutto nella cardiologia, nell’oculistica e nelle malattie legate alla cronicità (diabete).
La strategia Coletto dice di fatto che il sistema umbro è in grado di far fronte all’emergenza, senza bisogno di cercare soluzioni eccezionali. Se alla fine risulterà vero, tutti i cittadini umbri saranno felicissimi. Ma così non fosse, la giunta regionale si sarebbe giocata una fetta di credibilità.
Si aspetta la posizione ufficiale dell’opposizione, ma è facile immaginare che punterà sul fatto che un programma come quello presentato avrà bisogno di essere supportato dal privato convenzionato. Forse molto supportato. Quindi altre cartucce da sparare nella guerra alla “privatizzazione” ulteriore.
Da pesare infine le parole pronunciate dalla presidente Donatella Tesei nel presentare il programma sulle liste d’attesa. Intanto, dice, «importante è fare rete» e poi indica come «necessaria una riorganizzazione di sistema». Come? Passando attraverso migliore comunicazione e più coordinamento delle strutture.
Sembra di capire che la presidente manterrà alta la sua attenzione personale sul decisivo dossier.


