L’Umbria dal 2010 al 2019 è stata la peggior regione italiana. La grande sfida? Recuperare il Covid e invertire il trend

SPOTLIGHT di MARCO BRUNACCI | Svimez inchioda l’Umbria: ha perso 70 posti nella classifica europea, precipitando al 127esimo posto. Ora, partendo dal Pnrr, la ripresa c’è ed è superiore alle previsioni, ma la scommessa (da brivido) è trovare le ricette per una crescita duratura

di Marco Brunacci

PERUGIA – Sapete quante posizioni ha perso l’Umbria rispetto al resto delle regioni d’Europa (Pil pro capite più alto a parità di potere d’acquisto dell’Europa a 28), dal 2010 al 2019? 70. Prima era tra le regioni del Nord Italia, e tra le più sviluppate dalla Ue, per performance e qualità della vita, ma è finita al posto 127.

Chiedete quale regione ha fatto peggio? Nessuna. L’Umbria si segnala, solitaria, in un declino che spiega più di ogni altro ragionamento la situazione. È dov’era la Basilicata nel 2009.
Tra le altre regioni, il Piemonte ha perso 49 posti e 44 il Friuli ma restano ben sopra l’Umbria nella classifica complessiva.
Svimez spiega con un paio di grafici, elaborati su dati Eurostat e riportati dal Sole 24 ore, meglio di ogni altro discorso, cosa è successo da queste parti e che cosa cercavamo di dire – diversi commentatori – quando si parlava di colpevole immobilismo, di preoccupanti derive verso la deindustrializzazione di territori interi. Quando si sottolineava che la politica del restare a guardare, del gestire l’esistente, pensando che nulla sarebbe cambiato, avrebbe portato a conseguenze drammatiche per l’economia e l’occupazione e le prospettive dei giovani.
Si dirà: tutte le regioni italiane hanno perso posizioni. Svimez segnala che il Reddito pro capite italiano era venti anni fa superiore del 25% rispetto a quello della media europea. Adesso è inferiore del 5%. Una flessione di 30 punti.
Tutte le regioni hanno avuto performance negative, ma un conto è la Lombardia che scende al 36esimo posto e il Lazio al 62esimo. Un conto è risvegliarsi al 127esimo.
Va aggiunto che la mancanza di fiducia, l’evidenza della crisi senza uno sbocco, hanno influito sulla denatalità, che ha aggravato la situazione. L’Umbria, come nel Pil, vanta un triste record nazionale: è la regione italiana dove si fanno meno figli e il rapporto giovani-anziani sta inguaiando i parametri di sostenibilità economica.
Questi dati sono, è evidente, un attenuante per ritardi e difficoltà che ha l’attuale amministrazione regionale, costretta a riparare i danni precedenti, prima di tessere una tela sua.
Però la nuova amministrazione deve anche sentire forte la pressione degli elettori che hanno avuto la percezione di un’Umbria industriosa, per anni equilibrata tra produzione e stile di vita, che si stava perdendo e ora la vogliono ritrovare
A livello nazionale Svimez è ottimista sulla capacità del Pnrr di essere una sorta di Piano Marshall moltiplicatore dei desideri di rinascita.
Ma per l’Umbria la scommesso è di più: se al di là di una ripresa che non può non esserci dopo il tracollo del Covid, non si trovano le ricette giuste per una crescita economica duratura, qui si sprofonda verso sud. Non subito ma nel medio periodo.
I risultati del Governo Tesei, al momento, sono al di sopra delle previsioni, già utili per recuperare la crisi Covid. Non bastano ancora però per invertire il trend e riportare la rotta, stabilmente, verso nord.

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