Protagonisti/Il professor Bacci: «Competenza, passione, sacrificio. Medico e docente non è un mestiere come gli altri. E la gente ha bisogno di giovani»

SPOTLIGHT di MARCO BRUNACCI | Se ne va un altro pezzo di storia dell’Università, “maestro” della Medicina legale: «Dall’età di 24 anni sono qui, ora ne ho 70, pronto per altri percorsi. Ho seminato bene? Penso di sì, lascio colleghi molto preparati e un Laboratorio a Terni che è un’eccellenza. La politica? Non la farò, ecco perché»

di Marco Brunacci

PERUGIA – «La gioia? La stima dei miei colleghi più giovani. Un rammarico? Sono sincero, solo uno: aver dovuto abbandonare Anatomia patologica. Non ho visto niente di più meraviglioso se non dentro quel microscopio. Cosa vorrei lasciare a chi sceglie di fare la mia strada? Una volta si diceva che era una missione e lo è. Non è solo un lavoro, è una responsabilità e un sacrificio, non una carriera, un dovere verso la gente e vorrei dire verso la scienza. È necessario studiare tutta la vita, aggiornarsi. Sissignori, sarete studenti a vita. Se non lo fai sei fuori, in un mondo dove le informazioni si modificano in tempi tanto rapidi e la solidità della tua formazione viene messa continuamente alla prova».

Mauro Bacci, ordinario di Medicina legale, una carriera straordinaria da medico e da docente, per anni è stato anche alla guida del Dipartimento di scienze chirurgiche, è pronto a riempire gli scatoloni nel suo piccolo studio. Un altro pezzo di storia dell’Università di Perugia che se ne va. Alla parete, una foto di più di 40 anni fa: un ragazzo con un vestito chiaro, il gilet e la camicia scura, eleganza di altri tempi, vicino a colleghi, radunati, senza un ordine, come si sta in famiglia, tutta gente che avrebbe fatto strada, tutti intorno a un signore che appare più alto di come era, capelli bianchi, l’abito grigio, lo sguardo chissà se più severo o più bonario: il professor Biancifiori.
«L’Università è stata la mia vita. Ho iniziato che avevo 24 anni adesso ne ho 70 e sono pronto per lasciare il posto ai più giovani, come giusto che sia. Farò altro, ma non qui. Penso a prendere un piccolo appartamento in affitto a Roma. Il mio lavoro non lo lascio ma l’Università deve andare avanti con forze nuove».
Professor Bacci, ha seminato come doveva? Lo sa che in tanti dicono che sono venuti meno i maestri di un tempo e questo è il limite dell’Università di oggi?
«Come maestro, come dice lei, penso di aver fatto quel che dovevo. Penso a quel che lascio. Il professor Carlini a Terni, penso a Suadoni, penso qui a Perugia, a Lancia. Ci sono altri che stanno crescendo. Altri non hanno seminato? Mah, ognuno guarda a quello che ha fatto. Se si potesse riavvolgere il film della propria vita magari ognuno di noi modificherebbe qualche fotogramma, ma non possiamo farlo e in coscienza io sono soddisfatto del risultato. Ci tengo tanto anche al Laboratorio accreditato di biologia molecolare forense di Terni, guidato dalla professoressa Carnevali».
Un mestiere come il suo, di medico legale, cambia la vita della gente. Un innocente può essere considerato colpevole o viceversa in base a una consulenza. Una persona danneggiata può non veder riconosciuto il suo diritto. Il penale, il civile, in entrambi campi grandi responsabilità. Si ricorda un qualche errore di valutazione?
«Lo sa, quando guardo indietro, in coscienza, non vedo errori di valutazione. Penso di aver fatto, con fatica e impegno, sempre il massimo per capire le diverse situazioni. Semmai qualche volta mi sono trovato di fronte alla difficoltà di spiegare e far comprendere la nostra scienza, la complessità delle discipline biologiche che per loro natura non seguono regole matematiche. Ma anche in questi casi penso di essere riuscito quasi sempre a spiegare».
Nessuno dissidio, non uno scontro?
«Non che ricordi. Qualche volta incomprensioni anche profonde, ma lo sa con chi? Con i legali».
Comprensibile, volevano tirarla dalla loro parte. Com’è cambiata l’Università in questo suo lungo percorso?
«Quando sono arrivato, si stava sempre qui. Si arrivava alle 8 del mattino e si usciva alle 10 di sera. Forse troppo. Però i rapporti interpersonali erano saldi e forti, c’era senso di appartenenza, c’era perfino una familiarità che si è persa».
Ma non era il tempo dei “baroni”?
«Diciamolo bene ai più giovani: quella Università aveva pochi ordinari e ovviamente il loro potere era tanto e loro lo sapevano. Lei pensi che a Perugia il consiglio di facoltà si faceva in 16, oggi si arriva a 300. Il preside era Severi. Un’istituzione. Era gente che sceglieva. E raramente sbagliava le scelte. Il decadimento è iniziato – se vuole il mio parere – quando sono repentinamente aumentati i posti da ricoprire, in quel passaggio è entrata all’Università gente di valore insieme ad altri di minor valore. Ma io non parlerei male di quel periodo».

Lei ha un’esperienza straordinaria dentro l’Università di Perugia, ci sono le condizioni perché dia un consiglio a chi la guida.
«No, non mi permetto. Dico che del rettore Oliviero sono stato e sono un sostenitore. Mi piace il suo desiderio di dare spazio ai giovani, uno dei miei principi. Ed è bello che cerchi di recuperare quel senso di appartenenza allo Studium che con gli anni è andato perduto».
Però un giudizio sui rettori che si sono susseguiti nessuno come lei è in grado di darlo. Da Dozza a Bistoni fino ai giorni d’oggi.
«Senta, una delle cose di cui vado orgoglioso è di non avere nemici, vuole che me li faccia ora – ride rilassato, ndr – No, non voglio e non sono in grado».
Possibile che mai e poi mai abbia avuto a che fare con i rinomati veleni che scorrono in stanze e corridoi del tempio della scienza?
«Non so cosa siano. Per quanto mi riguarda non esistono. Se posso dirle un’altra cosa di cui vado fiero, eccola qua: in questi giorni tanti degli addetti, dalla portineria all’amministrazione, che mi conoscono da una vita, che mi hanno sempre visto passare ore e ore qui dentro, mi dicono: “Ma, professore, davvero se ne va? Come faremo senza di lei?”. Di questo sono felice. Ho promesso che farò un ricordino in vita. Questo mi piace: lasciare un buon ricordo».
Anche quando ha guidato il Dipartimento di scienze chirurgiche non si è fatto neanche un avversario? Se ricordo bene è arrivato anche a minacciare dimissioni, no?
«Serviva chiarezza e l’ho ottenuta. Ma anche in quell’occasione ho mantenuto rapporti corretti con tutti».


Lei ha fama di essere persona seria e responsabile, nel lavoro, nello studio e anche nella sua attività privata.
Ride di gusto: «Vuol dire che non mi sono arricchito? È vero, proprio vero – poi, cambiando tono – al di là di tutto ho cercato di essere – come dice lei – serio e responsabile con tutte le persone che avevano bisogno di me, gli ultimi come i primi».
Via, questo significa che è pronto per fare una bella carriera politica.
«No, ma lo sa perché? Perché penso che bisogna studiare anche per fare politica. E io ho studiato da medico e da uomo di scienza. Se me lo avesse chiesto qualche anno fa forse le avrei risposto: devo pensarci, o, addirittura, ci provo. Oggi no: non ho più il tempo per farlo, anche se so quanto sarebbe utile e importante. La politica si occupa dei destini della gente, degli ultimi più che dei primi. È importante».
Professore, non è mai troppo tardi.
«Senta – sorride ancora, stavolta disteso, ndr – se i nostri neuroni sono prati fioriti, come dicono, alla mia età c’è qualche fiore in meno di sicuro».
Proviamo a far arrivare un suo messaggio in bottiglia alle generazioni che si avvicinano alla sua professione di medico e uomo di scienza.
«È un percorso che con la laurea inizia soltanto. Il resto è studio e ancora studio, studenti a vita. E sacrificio. Se ci si avvia a una carriera di docente, devo ricordare a tutti quanto sia importante e difficile formare una persona. Fare formazione è una responsabilità doppia. L’ho avuto ben in mente in questi anni in cui mi sono trovato a presiedere la Commissione nazionale di abilitazione scientifica alla professione. Lì si stabilisce chi ha i requisiti per concorrere all’insegnamento».
Dica in coscienza se ha trovato sempre persone di valore.
«Sinceramente sì. Se proprio vuole, aggiungo questo: ci sono due fasce di insegnamento all’Università, diciamo che ho visto qualcuno in prima fascia che giudicavo più adatto alla seconda fascia. Ma comunque professionisti di valore».
Sa di cosa si lamenta la gente comune che va dal medico, magari anche di fama? Che si trova sempre più di fronte a specialisti di settori anche minimi, ma non più grandi clinici, come un tempo, anche un po’ ieratici, capaci di rassicurare i pazienti con la vastità della loro scienza.
«Dalla specializzazione non si torna indietro. Ammetto però che quella “unitarietà” della conoscenza che avevano i grandi clinici va recuperata.Ma oggi non è facile».
Adesso ce lo possiamo chiedere: cosa farà da grande?
Il sorriso ora è perfino malinconico: «Ho una passione, la musica. Opera lirica, sì, il melodramma, e un abbonamento per la stagione lirica di Roma. Poi – visto, come dice lei, che non sono diventato ricco – continuerò a dare le mie consulenze a chi lo chiede. Qualche lavoro di approfondimento in team? Vediamo. Vorrei continuare ad avere rapporti, input e stimoli dai colleghi che ho frequentato in questi anni. Per questo una casetta a Roma, ma resto a Perugia. Posso dire anche cosa non farò: non intralcerò i giovani che devono farsi spazio nella professione».
Lo sguardo scorre su altre foto alle parete del piccolo studio. C’è ancora gente intorno al professor Biancifiori. Ma a un certo punto, tutt’altra conformazione fisica, compare il professor Giusti: «Lo sa che qui ho deciso di lasciare Anatomia patologica per Medicina legale».
Possibile professore che a 70 anni, una carriera piena di luci, come poche altre, si scopre che voleva fare altro?
«Ho fatto i conti con la realtà, poi comunque la Medicina legale mi ha dato grandi soddisfazioni».
Magari è il momento di tornare ad Anatomia patologica.
«Non lo farò, forse però ci scrivo qualcosa. Il mio non è stato un lavoro come gli altri. Appassionante, anche se vuole totalizzante. Con la stima di tanta gente che ti sorregge. Però l’Anatomia patologica è una scienza meravigliosa. Forse ci scrivo».
Pronti a leggere, professor Bacci, con la competenza e la passione che sa metterci, sarà una scoperta. Buona continuazione del viaggio, ottimo professore.

carit terni

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