di Marco Brunacci
TERNI – La notizia è questa: il gruppo Arvedi ha “conquistato” (insieme a partner) l’area di Piombino. Il dossier è chiuso. Si tratta ora di decidere i tempi e i modi per comunicarlo. Forse si dovrà attendere qualche giorno, forse più. Deciderà il Gruppo. Si tratta comunque di un rilevante passo in avanti nella composizione del puzzle sulla governance dell’acciaio in Italia.
Un’altra buona notizia per Terni: l’Ast entra in una rete nazionale di produzione che garantisce un futuro di crescita.
Come sempre, in queste cose, ci sono anche aspetti da approfondire.
Terni sta verificando proprio in questi giorni che cosa significa, per partire dalla questione principale, cosa significa una vera privatizzazione – come dicono esperti di politica industriale – delle sue acciaierie, dopo il passaggio in una multinazionale, che aveva obiettivi precisi ma ragionava su numeri diversi.
Umbria7 più volte aveva sottolineato la necessità – segnalata dai manager del Gruppo Arvedi – di razionalizzare alcune spese e di ridurne, semplicemente, altre. E il momento di mettere nero su bianco è arrivato.
Terni rischia che la grande occasione dell’arrivo degli Arvedi, con un progetto credibile, con solide basi, e di grande prospettiva per le Acciaierie, il meglio che ci si potesse attendere nel contesto del mercato nazionale e globale, possa però tradursi in un impoverimento del tessuto della città.
Umbria7 aveva già segnalato che Arvedi avrebbe agito su due direttrici: tagliare i servizi esternalizzati al fine di ridurli, aumentando i margini, e riportare altre attività all’interno dello stabilimento.
In una “vera privatizzazione” questo è da considerare un passaggio perfino scontato.
La questione aperta è quella del contraccolpo sul tessuto produttivo cittadino, che non era stato valutato né dalle istituzioni, né dalla politica, ma neppure dai sindacati, impegnati in queste ore in una sfida all’ultimo sangue per conquistare posti nella rappresentanza.
In molti segnalano aziende del nord che fanno rotta su Terni, mentre si riducono le occasioni per quelle ternane. Niente di più ovvio in una “vera privatizzazione”. Si sceglie il miglior servizio o la proposta più conveniente. È l’abc del mercato.
Ma ecco che, su questa strada, la grande occasione può andare, in parte almeno, persa.
Ecco la necessità – segnalata in diversi ambienti – di avere interlocutori più motivati e determinati per trattare col Gruppo Arvedi. Nelle istituzioni, nelle politica ma a questo punto anche nel sindacato. Finita la battaglia dei voti di questo week end, le organizzazioni sindacali avranno la forza per cambiare passo e difendere i lavoratori delle Acciaierie ma anche quelli del resto della città che orbitano intorno all’acciaio?
La partita è enorme. È l’altra faccia della luna che finora non è stata vista con l’arrivo degli Arvedi e del loro progetto, così interessante e promettente.
Tanto più che dalla parte dell’azienda gioca un ruolo sempre più determinante il primo vero leader che è stato indicato dal Gruppo per Terni, Giampiero Castano, un manager di grande esperienza, ufficialmente responsabile delle relazioni industriali, ma con un ampio margine di manovra. Se ne sono accorti tanti in città per gli interventi all’interno dell’azienda e quelli all’esterno. Un grande attivismo, che sfocia anche in impegni presi – raccontano i suoi interlocutori -, impegni che sicuramente saranno pure condivisi dai vertici del Gruppo, ma che danno comunque l’idea – sempre agli interlocutori di cui sopra – di una sorta di autonoma “dottrina Castano”.
Come tutte le dottrine può essere considerata rassicurante o velleitaria, ma una cosa è certa: in un momento così delicato, di scelte con conseguenze tanto rilevanti per la città, ci si aspetta che l’Azienda parli con una voce e le istituzioni (e i sindacati) sappiano rispondere. Qui si gioca un pezzo di futuro rilevante.


