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La patologia molecolare in Umbria è donna. Ma soprattutto di qualità

Giulia Poli, Consuelo Fabi e Chiara Sugoni nel “laboratorio delle sfide”

di Aurora Provantini

TERNI – «Nei colloqui valuto la qualità scientifica dei candidati e la predisposizione al lavoro di squadra». Stefano Brancorsini, direttore della Scuola di specializzazione in patologia clinica e biochimica dell’Università degli studi di Perugia, racconta le ragioni che lo hanno portato ad affidare la gestione del laboratorio di patologia molecolare di Terni ad un team di sole donne: «Per un puro caso mi sono ritrovato a selezionare un pool di ricerca al femminile. Di bravissime, cioè, che stanno portando avanti studi di grande interesse scientifico».

Giulia Poli, classe 1984, ne fa parte dal 2012: «Ho bussato alle porte di questo laboratorio appena laureata in biologia molecolare, quando gli strumenti erano ancora impacchettati, e quindi posso dire che lo ho visto venire al mondo».
Giulia Poli, la senior del team, con un dottorato in immunologia, sta concludendo anche il primo anno di scuola di specializzazione in patologia clinica: è per questo motivo che si muove con disinvoltura tra microscopi, vetrini e reagenti. «Mi piace. Diciamo che tra contratti a termine e dottorati di ricerca sono tra le fortunate, perché nonostante sia una precaria, ho svolto con continuità il lavoro che mi appassiona». Affiancata da altre due biologhe, Consuelo Fabi e Chiara Sugoni, passa la giornata in quello che lei chiama “laboratorio delle sfide”. «La nostra attività di ricerca – dicono le tre professioniste – segue le vie delle collaborazioni. Purtroppo la ricerca ha bisogno di essere finanziata per andare avanti, perciò si trova spesso a percorrere strade nuove, che derivano da richieste diverse».
In camice bianco, mascherine e guanti, le giovani biologhe, indagano principalmente il sistema immunitario, «argomento di base del professor Stefano Brancorsini», arrivando a pubblicare in riviste scientifiche internazionali con un grande impatto divulgativo, studi che sono frutto di un lavoro di squadra. Figli di quel team “rosa”.


«Il nostro principale campo di interesse è lo studio dell’epigenetica – spiegano le biologhe – ossia di quei processi che non modificano il Dna ma che controllano molti meccanismi delle cellule. Abbiamo inviato alle riviste scientifiche diversi lavori nel corso degli anni, grazie anche alla collaborazione con scienziati di altri Atenei e, ovviamente, con gruppi di ricerca dell’Università degli studi di Perugia. In particolare, i nostri studi vogliono comprendere la relazione tra i meccanismi che attivano l’infiammazione e la formazione dei tumori. «Alcuni nostri lavori hanno identificato alcuni nuovi marcatori per alcuni tipi di tumore, che sembrano essere rilevanti per vedere la risposta del paziente in seguito ad alcune terapie. Tra le nostre attività avviate di recente c’è la ricerca di cambiamenti di alcune molecole durante il trattamento del carcinoma del polmone, e la ricerca di indicatori biologici che ci possano far prevedere come alcuni tumori come il melanoma ed il carcinoma ovarico rispondano ad alcune terapie».

Tutto questo grazie a tre donne, tre ricercatrici individuate dal professor Brancorsini, che mettono in campo una capacità organizzativa rara. «Il bello del nostro team è la condivisione. Ogni volta che una di noi “scopre” qualcosa di nuovo chiama le altre, consapevoli che il risultato migliore si porta a casa insieme».

Stefano Brancorsini

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