di Marco Brunacci
PERUGIA – Una sigla che sa di anni Settanta (“Intersindacale sanitaria”), il contenuto di una nota con una sulfurea scelta degli aggettivi, ma fragilissima nell’indicare il motivo delle contestazioni. Alla fine un risultato è stato però colto in pieno (magari non proprio quello che volevano quelli dell’Intersindacale sanitaria): ora a tutti è chiaro quanto era importante firmare la Convenzione sanitaria tra Regione e Università, perché poneva le basi per un mutamento radicale nella sanità umbra, partendo da un cambio non solo di nome ma di mission complessiva delle due Aziende cardine su cui si regge il sistema umbro, l’ospedale di Perugia e quello di Terni.
In sintesi, quelli dell’Intersindacale attaccano la Regione per aver favorito “una perdita di sovranità della Regione a favore del rettore”, fatto tanto più grave perché la Regione, in quanto organismo elettivo, è espressione di tutti i cittadini umbri. Al rettore si imputa di aver ottenuto norme che possono permettergli di svolgere un ruolo al limite dell'”ingerenza”. Mentre, volendo cercare un appunto meno generico, ecco che l’Intersindacale punta il dito sulla delimitazione dell’incarico degli universitari, che devono dedicare il 60% del loro tempo all’assistenza e il 40% a ricerca e didattica.
Iniziando dall’ultimo: è possibile che ci siano oggi come oggi professionisti del settore che non capiscano che la ricerca e la didattica sono parte essenziale dell’assistenza?
Risalendo lungo il fiume delle amenità: le ingerenze del rettore sarebbero la possibilità di dare il proprio parere vincolante sulla nomina dei direttori generali dei due ospedali, cosa che era scolpita nella pietra già dai tempi della stele di Rosetta.
Sulla “perdita di sovranità” è noto che uno dei momenti più delicati quando si è andati a firmare la Convenzione (e fino all’ultimo ci sono stati problemi) era proprio quello di delimitare i campi. E si è passati alla firma dopo un passo indietro sul tema della programmazione da parte dell’Università, alla quale in cambio è stata riconosciuta una minore responsabilità.
Vogliamo dire altro? Ecco qua: la Convenzione (senza esplicita previsione però Convenzione) porterà – laddove possibile e tenendo presente che è sempre la salute dei cittadini l’obiettivo di tutto e di tutti – l’Università stessa a ridurre al 50% il numero dei suoi apicali rispetto al 70% di adesso.
Ma la nota non meriterebbe attenzione non fosse perché segnala, come nessun altro atto o dichiarazione, che il mutamento degli scenari imposto dalla Convenzione firmata è radicale. Ora Regione e Università sono costrette a trattare, spiegare, mediare, indicare soluzioni, proseguire insieme il percorso verso una migliore sanità.
Per scendere dal generale al particolare: se resteranno i reparti “doppioni” negli ospedali umbri, quelli utili per moltiplicare i primariati non certo per la salute dei cittadini, se non si riescono a scardinare le inefficienze, vorrà dire che c’è una colpevole negligenza, in quanto le Aziende ospedaliere ripartono da zero e possono mutare radicalmente il loro assetto.
Se non si faranno le modifiche più idonee per assistere i cittadini-pazienti vorrà dire che non c’è volontà di farlo (o capacità) perché adesso lo strumento esiste.
La nota dalla quale siamo partiti è utile anche per dire quanti timori ci siano da parte della più antica sanità di veder modificati equilibri. E forse questo è il problema.
Comunque sia: lo strumento perché funzioni l’asse tra Regione e Università, tra presidente della giunta regionale Tesei e rettore Oliviero – i quali hanno mostrato di avere un rapporto saldo a prova di attentati di vario tipo – c’è ed è tecnicamente ben costruito. La scommessa però inizia qui. Da una parte, con buona pace dei nostalgici. Dall’altra, con le tante attese di chi è il titolare dell’Azienda salute: il cittadino e il cittadino-paziente.


