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Ridare l’udito ai bambini e regalare una seconda vita agli anziani. Nessun miracolo: a Perugia è scienza

Il direttore di Otorinolaringoiatria Giampietro Ricci, la tecnica d’eccellenza e quella bimba che oggi suona il pianoforte

PERUGIA – Ridare l’udito ai bambini e regalare loro una nuova vita. O rompere la bolla in cui vivono gli anziani che sentono poco e farli tornare a una sana socialità. Nessun miracolo, ma scienza e tecnica di eccellenza. Quella della clinica di Otorinolaringoiatria dell’ospedale Santa Maria della misericordia di Perugia, centro di riferimento regionale pronto a passare il proprio know how anche al Nord Italia. Partendo dall’importanza della prevenzione contro le ipoacusie, ma anche contro tutte le patologie del distretto testa-collo perché non arrivino, in caso di diverse neoplasie, a stadi in cui è difficile poi intervenire. «Prevenire è fondamentale», ribadisce il direttore della clinica Giampietro Ricci, che è anche direttore della scuola di specializzazione in Otorinolaringoiatria dell’Università degli studi di Perugia.

Direttore, di cosa si occupa la clinica?
«La nostra attività principale a Perugia è rivolta fondamentalmente a prevenzione, diagnosi e cura della sordità. Ma ci sono sotto branche che ormai richiedono super specializzazioni, come la vestibologia, il trattamento dei russatori e delle apnee notturne, la chirurgia oncologica maggiore. Ma anche studi della deglutizione, che negli anziani può creare problemi degenerativi cerebrali, o la cura degli acufeni, altra patologia difficile da affrontare e risolvere. Noi abbiamo un centro per la riabilitazione di questi pazienti, con percentuali di miglioramento del 70 per cento, un dato notevole considerando una patologia considerata finora intrattabile. Ci occupiamo anche di allergologia e quindi studio, diagnosi e trattamento di allergie nasali e riniti croniche, che interessa una larga fetta della popolazione, per patologie in grande aumento anche a causa di smog e inquinamento. Sono insomma campi molto sentiti, con grande richiesta di prestazioni. E noi cerchiamo di essere sempre all’altezza».
E per quanto riguarda la sordità dei bambini?
«Forse uno dei principali campi di applicazione è proprio l’ipoacusia, infantile e neonatale, che la nostra clinica è stata tra le prime ad affrontare in maniera strutturata, perché l’ipoacusia è devastante per un bambino: un bimbo che nasce sordo avrà problemi importantissimi per lo sviluppo del linguaggio e lo sviluppo cognitivo. Ed è stato dimostrato che il trattamento, per avere risultati brillanti, va effettuato entro i primi sei mesi di vita. Da qui l’importanza delle diagnosi precoci. Oltre che delle vaccinazioni e del trattamento delle otiti».


Come le trattate?
«L’Umbria è stata tra le prime nel 2007 ad attivare lo screening audiologico universale: ha dotato i centri nascita di strumenti adeguati per lo screening per scoprire i bambini che soffrono di ipoacusia, che vengono inviati al nostro centro di terzo livello per iniziare la riabilitazione. Un bambino ogni mille, in media, presenta un’ipoacusia profonda bilaterale, quindi parliamo di circa 6 o 7 bimbi all’anno. Ma poi ci sono anche quelle più lievi o monolaterali. Il nostro è anche un centro che accoglie piccoli pazienti pure da regioni limitrofe, come le Marche dove un centro così non esiste. Per identificare questi bambini occorre una tecnologia – che noi abbiamo – e un’organizzazione capillare, dal centro nascita per i primi riscontri, con i sospetti inviati al terzo livello dove poi occorre con team multisciplinare, con logopedista, audiologo, audiometrista ma anche un chirurgo otorino per l’eventuale impianto cocleare. E poi un genetista, un pediatra, un neuroradiologo. Insomma professionisti altamente qualificati che noi qui possiamo offrire».
Siete anche un punto di riferimento regionale per le neoplasie…
«Sono molte le patologie del distretto testa-collo di natura oncologica: tumori alla parotide,al cavo orale, alla laringe. Occorre una diagnosi precoce ma spesso invece arrivano pazienti con lesioni estese, trascurate… E quindi con una prognosi non buona, che dà percentuali di sopravvivenza del 40/50 % a cinque anni. Oggi abbiamo a disposizione tecniche ricostruttive che permettono demolizioni molto estese, con un’integrazione multidisplinare con oncologo e radioterapista. Abbiamo a disposizione tecniche che migliorano la qualità di vita del paziente, ma dal punto di vista dell’aspettativa di vita le cose purtroppo non sono migliorate. Per questo è fondamentale la diagnosi precoce».

Due mesi fa si è celebrata la Giornata mondiale dell’udito che ha sottolineato ancora la prevenzione in età scolastica. Un tema evidentemente a cui tenete molto…
«È un argomento molto importante, soprattutto per evitare i danni da rumore in età scolare. Nei paesi industrializzati, il 20 per cento delle ipoacusie è causato da rumore, dovuto anche all’esposizione di quegli strumenti audio che una volta avevamo a casa o in auto e ora portiamo in giro. Un report dell’Oms sui problemi dell’udito – molto esaustivo – che dice che l’esposizione di 15 minuti a 100 decibel con cuffiette equivale a otto ore a 85 decibel in ambiente lavorativo. I danni all’inizio sono reversibili ma poi tendono a diventare permanenti man mano che l’esposizione al rumore persiste. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, Circa il 60 per cento delle ipoacusie (in tutto 460 milioni, di cui 33 milioni bambini) poteva essere prevenuta.
La clinica di Perugia, abbiamo detto, è un centro di terzo livello, quante ipoacusie si diagnosticano ogni anno?
«Dare cifre precise è difficile. Noi studiamo 300/400 bambini all’anno, poi la percentuale di ipoacusici è di circa il 5 o 10 per cento. Ma ci sono pazienti di tutte le età. Per le ipoacusie infantili è già tutto codificato, ci sono protocolli che sono universalmente riconosciuti e che noi abbiamo attuato tra i primi, tanto da trasmettere i protocolli riabilitativi post diagnosi ad altre regioni, come il Friuli. Questo invece non succede con i soggetti anziani, che potrebbero avere risultati importanti: i loro danni spesso sono sottostimati, considerati un processo fisiologico. Invece ci sono studi che dimostrano come le demenze senili aumentino in soggetti ipoacusici: l’anziano si deprime, non vuole rapporti, il tono dell’umore scade non riuscendo a sentire bene, c’è quindi un deperimento generale molto accelerato che si potrebbe evitare. E noi invece, con interventi ormai quasi di routine, circa 20/25 l’anno, soddisfiamo la richiesta di impianti cocleari in ultra 80enni: se un soggetto anziano è in buone condizioni perché non deve partecipare e non deve poter essere riabilitato alla vita sociale?»
Esatto, perché no?
«Amo un aforisma di Helen Keller, scrittrice americana sorda e cieca dalla gioventù per una meningite: «La cecità allontana le persone dalle cose, la sordità allontana la persona dalle persone». Noi comunichiamo perché abbiamo l’udito, le capacità lavorative, scolastiche dipendono dall’udito. Oggi abbiamo tutte le possibilità tecniche per diagnosi precocissime, anche a due giorni di vita, per riabilitazioni molto efficaci anche in soggetti che abbiano incapacità totale, grazie agli impianti cocleari. Possibilità di successo? Molto elevate, ma vanno rispettati altri criteri. Se sei sordo dalla nascita va fatto entro un anno. In un adulto, che ha già un linguaggio strutturato, con due mesi di logopedia diventa autonomo. Se fatto nei tempi giusti, nei modi giusti, con il personale adeguato sono altissime».

In cosa consiste un impianto cocleare?
«È un orecchio, il primo organo di senso costruito in laboratorio. La protesi acustica è un amplificatore, se noi abbiamo discreto udito residuo possiamo avere buon risultato, se invece è modesto crea solo confusione. È qui che arriva allora il momento dell’impianto cocleare: un computer che prende l’energia sonora e la trasforma in energia elettrica e impulsi nervosi che poi vengono decodificati. L’intervento chirurgico dura un’ora, un’ora e un quarto, e poi un giorno o due di ricovero. Ma dopo occorre la riabilitazione, non è che accendi e funziona».
Ci sono casi che le sono rimasti più impressi?
«Uno che ricordo spesso riguarda una bambina ucraina, fu circa 8 anni fa, la portò la nonna, badante a Foligno. L’estate scorsa la nonna ci ha portato un cd in cui si vede la bimba che suona il pianoforte… Non ci avremmo mai sperato. Ora lo faccio vedere ai congressi. Un’altra bambina, uno dei nostri primi impianti, veniva dall’Eritrea, aveva 5 o 6 anni, età in cui spesso l’impianto si sconsiglia per le vie uditive atrofizzate, non allenate. Ma abbiamo provato lo stesso. Lei è andata a scuola, ha avuto uno sviluppo normale, quasi miracoloso. A volte osare premia. O la signora che operai, nel 2017, in Kenia. Lì non è come da noi, il suo intervento era il ventunesimo di tutta la storia lì… Dove se lo pagano anche da soli, la signora si era venduta casa per comprarlo… L’intervento durò cinque ore, difficilissimo per le attrezzature che avevamo lì. Ma ancora oggi mi manda i saluti. Davvero molto bello».

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