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«Settembre, andiamo. È tempo di votare…»

L’analisi di Angelo Drusiani

PERUGIA –

“Settembre, andiamo.
È tempo di votare…”
1412,
1283,
1058,
1024.
Non sono indici azionari, livelli a cui una Borsa Occidentale o Orientale potrebbe attestarsi. E neppure anni in cui chi ci ha preceduto in questa penisola abbia combattuto battaglie o guerre, o, più semplicemente, si sia insediato in luoghi in cui ha trascorso parte della vita o la vita per intero.

Semplicemente dati tratti da Internet e che riportano la durata in carica degli Esecutivi che hanno governato il nostro Paese. Per dire che la recentissima chiamata al voto anticipato non è in assoluto una novità. Anzi. Ma una differente decisione, rispetto alla nascita di un nuovo Governo, che, dopo pochi mesi, avrebbe potuto rassegnare le dimissioni. E via ad un nuovo incarico. Peraltro, se ad ogni crisi di un Esecutivo fossimo stati chiamati alle urne, probabilmente sarebbe finita come con il voto al recente, importante Referendum che aveva posto cinque domande relative al sistema giudiziario. Solo per curiosità, i primi due dati appartengono ai Governi secondo e quarto dell’Onorevole Berlusconi, il terzo dell’Onorevole Craxi e il quarto del Senatore Renzi. Se ho confuso Onorevoli e Senatore, me ne scuso fin d’ora. Una signora non italiana, ma che qui vive e lavora a programmi televisivi mi è parsa preoccupata. Lo sono anch’io, ho risposto, ma da noi la durata in carica dei Governi è breve: non si può far altro che rassegnarsi. O espatriare, ma non sono così sicuro che oltre frontiera sia poi tutto meglio.

L’esito delle comunicazioni dell’attuale Presidente dimissionario, sfociate nella citata crisi di Governo, hanno naturalmente interessato la Borsa italiana e i suoi valori, nel corso degli scambi effettuati prima, durante e dopo le comunicazioni stesse. Mercoledì pomeriggio, quando la fiducia al Governo ha raccolto 95 voti, ed era naturale che la fine della Legislatura sarebbe stata vicinissima, i “futures”, strumento che opera in contemporanea con l’attività della Borsa, ma anche in fasi precedenti e successive all’attività stessa “prezzavano” la caduta del Governo con un calo stimato dell’indice azionario italiano di circa quattro punti percentuali, già all’apertura del giorno dopo. All’atto pratico, il successivo 21 luglio, l’indice milanese scese dello 0,71%. Calo, peraltro, in linea con arretramenti che hanno caratterizzato altri listini europei, nel corso della stessa seduta operativa. Nell’ultima seduta settimanale, il 22 luglio, la chiusura si è attestata a

In realtà l’attenzione degli investitori, le cui decisioni operative condizionano il valore dei listini, è sulla tendenza inflazionistica, da un lato, e sulla strategia della Banche Centrali, dall’altro. La BCE ha preso coraggio, com’era assolutamente indispensabile, secondo me, ed ha aumentato il tasso di riferimento di 0,50, e altrettanto dovrebbe essere deciso il prossimo 8 settembre, se non addirittura incrementare il suo valore di 0,75. Ad oggi, è l’unica strategia utilizzata dalle Banche Centrali del globo per ridurre gli acquisti di materie prime, da parte dei produttori, e costringere chi le detiene a ridurre i prezzi di vendita. Questi aumenti del tasso di riferimento condizionano assai poco i rendimenti dei BTP, soggetti a fibrillazioni di altra natura. Tipo quella appena citata, relativa alla crisi di Governo del nostro Paese. Ed è interessante valutare il passato, perché è spesso nelle fasi più acute delle crisi, quale potrebbe essere il reiterato rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale, che il mercato percepisce la possibile fine della fase negativa. Grazie al costo crescente della domanda di finanziamenti, da parte delle aziende produttrici, scendono gi ordini di acquisto di molte, non tutte, materie prime. E, di conseguenza, cala sì il prodotto interno, ma scende più velocemente il costo della vita, il tasso d’inflazione. Ridando vigore alle prospettive di ripresa dei consumi, nel corso dei futuri mesi. E ridando vigore alla prospettive di crescita da parte delle aziende. Non è in un baleno che questa dinamica si realizza. Ma verosimilmente, essa potrebbe già palesarsi nella prossima primavera, in forma di aspettative più concrete. Ma verso l’autunno 2023 non è da escludere un maggiore dinamismo globale, a fronte di un tasso d’inflazione che marcia, a ritroso, verso il fatidico 2 per cento. O poco sopra.

Mi si opporrà: e la guerra Russia – Ucraina. A novembre, con la probabile sconfitta dall’attuale Amministrazione USA alle votazione di metà mandato, sarà forse meno difficile convincere Washington che uno stop al conflitto potrebbe arrivare, grazie ad una mediazione tra Kiew e Mosca. Anziché restare alla finestra, lasciando il vecchio Continente in mezzo al guado.

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