Di AURORA PROVANTINI
TERNI – La raccolta d’arte della Fondazione Carit si arricchisce di un nuovo prezioso dipinto. Un’opera attribuita alla bottega del Perugino raffigurante “La Madonna in trono col Bambino, san Sebastiano e san Giovanni Battista, san Rocco e san Pietro”, acquistata all’asta da Dorotheum l’11 maggio 2022 ad un prezzo al disotto della stima assegnata.
Si tratta di un dipinto che originariamente era su tavola e poi è stato trasferito su tela (2,5 metri per 2,5). Per il critico d’arte Paolo Cicchini ci si trova di fronte ad un quadro di rilevante importanza: «A guardarlo attentamente sembra una produzione del Perugino arricchita dal contributo di mani diverse». Non si avventura certo nei meandri di una attribuzione ancora aperta, Cicchini. Anche se Walter Bombe e Umberto Gnoli lo riconducono a Giannicola di Paolo. Lo storico dell’arte (Gnoli) che fu tra gli studiosi che esplorarono la produzione d’arte umbra del Rinascimento pubblicando i propri contributi nella rivista “Augusta Perusia” di Ciro Trabalza (fondata nel 1909), lo descrive nel libro “Pietro Perugino”. «Giannicola di Paolo è stato una delle personalità più indipendenti fra gli allievi di Pietro Perugino e quindi è una grande cosa che venga ricondotto alla sua mano» – argomenta Cicchini. Sebbene esista un secondo gruppo di critici come Leonello Venturi, che dal 1932 lo assegna al Perugino stesso. E Cicchini è della stessa opinione del secondo gruppo di studiosi d’arte.
«Nel quadro acquistato dalla Fondazione Carit su segnalazione di Ulrico Dragoni – evidenzia Cicchini – i personaggi, trasognanti, sono tipici del Perugino. Il meno trasognante di tutti, ovvero il più vigile, è il Bambino, attratto da due piccole croci che pendono ai lati del trono». Nell’opera, squisitamente “peruginesca”, la figura della Vergine è circondata dai santi Sebastiano e Giovanni Battista (a sinistra), san Rocco e san Pietro (a destra), che invitano chi guarda ad entrare nel quadro (esempio evidente di “opera aperta”). «Prima ancora di soffermarmi sulla immagine della Madonna noto il segno dell’ “umbrità” nello scorcio, esteso all’infinito, oltre la dolcezza delle colline, in uno sfumato che unifica in un suggestivo abbraccio la terra ed il cielo».

Il quadro è appartenuto negli anni a collezionisti privati diversi, entrando poi a far parte del museo di Baltimora. Tutti i passaggi di mano e le attribuzioni, con datazione certa, sono contenuti nei documenti consegnati, insieme all’opera, alla Fondazione Carit. Ma Cicchini oggi accenna ad una possibile influenza esercitata sull’autore dalla scultura greca arcaica, con i piedi delle figure che sono dipinti come discosti tra loro, quasi l’immobilità dei personaggi fosse sul punto di tradursi in «improvviso, inaspettato, movimento».
«Pur costituendo un gruppo, le figure – fa notare Cicchini – non dialogano tra loro. Come se ciascuna non avesse accanto l’altra. Certamente, l’autore di questa interessantissima opera si muove sul filo di un rinnovamento della pittura, sulle orme della grande lezione del Verrocchio. Il pittore supera un’arte tesa a rappresentare – come accade con Piero della Francesca – il peso, la solidità, l’estensione del soggetto dipinto, traducendolo, attraverso il sapiente uso della luce, in un suggestivo verticalismo».
In questo quadro l’unica figura che sembra interessarsi a ciò che accade intorno, è quella del Bambino in braccio alla Vergine, colto nell’atto di osservare una delle due piccole croci. «Una figura retorica. Una prolessi. Una anticipazione in chiave simbolica del destino dal quale è atteso il piccolo Gesù».



