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Caro-bollette, mentre la politica discute, la città che produce spegne l’interruttore

Vetrine spente e buio per risparmiare. LE FOTO

TERNI – Mentre la politica discute di caro bollette, la città che produce spegne l’interruttore. E non per protesta. Per sopravvivere anche solo un giorno in più. Lunedì 5 settembre in 12 comuni dell’Umbria e sotto la prefettura di Terni e Perugia, imprenditori, ristoratori, professionisti e famiglie hanno bruciato simbolicamente la bolletta dell’elettricità di luglio.

«Con educazione ma con fermezza, siamo a scesi in piazza per chiedere che si intervenga subito», hanno detto prima di spegnere le luci delle loro attività a partire dalle 20. Da quell’esatto momento Terni ha cambiato aspetto. Chi esce di casa la sera può contare solo sulla pubblica illuminazione, finché non si decide di abbassare anche quella, e per vedere se c’è qualcosa di interessante esposto nelle vetrine dei negozi è costretto ad accendere la torcia del telefonino. Oltre il palco di piazza Tacito, su palazzo del Governo, opera di Cesare Bazzani, la proiezione dei colori di Umbria Jazz (blu e giallo), fa poca luce.

«Il cuore di Terni sta morendo». «Il commercio sta scomparendo». Lungo Corso Tacito giusto le grandi catene tengono le insegne accese. Tra via Mazzini e via Angeloni, solo due attività storiche “brillano” di luce propria. Per il resto, tutto spento, persino la libreria Paoline è inghiottita dal buio. Neanche durante il lockdown l’immagine della città era tanto spettrale.
«Ma abbiamo ricevuto la bolletta di agosto», sono imbestialiti i commercianti. «Non reggiamo un mese di più». Spegnere insegne e vetrine, per loro, è adesso un tentativo di arrivare a fine anno, di vendere la merce che hanno ordinato a gennaio, quando si pensava che il comparto fosse in ripresa. Chi contava sulle assunzioni dei colossi che si piazzano all’interno del grande cantiere del PalaTerni, deve attendere ancora un po’. Quarantacinque posti di lavoro, assicurati dal nuovo McDonald’s, che ancora devono essere sottoscritti (le selezioni ad aprile).
C’è sfiducia. C’è silenzio. «C’è lo sconforto e la rabbia di tutti noi dietro le vetrine spente delle nostre attività. Questa non è una protesta. Questa è la fine».

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