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Costi o consumi? Inflazione docet

L’analisi di Angelo Drusiani

di Angelo Drusiani

Inflazione da costi, inflazione da acquisti. Come spesso accade, le due sponde dell’Atlantico non si muovono all’unisono, ma con differenti modalità. E chi sta meglio, anche in questo caso bisognerebbe ripetere il ritornello “come spesso accade”, sono gli Stati Uniti. La cui popolazione è sempre votata alle spese, e agli investimenti azionari, non va dimenticato, e, per questa ragione, attrice principale
del rialzo dei prezzi al dettaglio. Con soddisfazione dei produttori e dei commercianti, naturalmente.

A noi europei, viceversa, la scure inflazionistica è legata ai costi delle materie prime, gas russo tra queste, perché quella classica, legata ai consumi tradizionali, è sensibilmente inferiore ai valori che vengono riportati mese dopo mese. Ma tant’è! Su di noi il complessivo costo della vita, dalle ultra citate bollette ai ristoranti, sale oltre ogni immaginazione. Tant’è che viene da chiedersi: «Ma non era meglio la fase della pandemia?». Perché affrontare un futuro tanto nebbioso non sarà, per molti, semplicissimo.
Finito il pessimismo, ne inizia un altro. La Banca Centrale Europea ha deciso un nuovo rialzo del tasso di riferimento, portandolo all’1,25%, perché, per ridurre la corsa dell’inflazione, l’unico percorso che il sistema finanziario sceglie è l’aumento del costo dei finanziamenti. È una scelta logica, perché, da un lato, costringe i produttori ad acquistare le materie che necessitano loro a prezzi via via crescenti.
E, dall’altro, impone ai consumatori di pagare prezzi sempre più alti, per acquistare i beni primari e secondari che fanno parte del loro percorso di vita. Ancora più marcati, non sempre ma spesso, i rialzi dei costi dei beni voluttuari. Settore sempre trainante nell’incremento del prodotto lordo dei singoli Paesi. E il pessimismo quale sarebbe? Il possibile passaggio delle economie intonate alla crescita ad una fase di economie in recessione, in cui la ricchezza nazionale tende a diminuire. In sostanza, diminuisce sia la ricchezza stessa a disposizione delle aziende, sia quella a disposizione dei consumatori. La presidente della Bce e il presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, ne sono consci, come lo sono gli analisti finanziari. Ma ambedue i presidenti ripetono che è l’inflazione che
va tenuta sotto controllo, ad un livello del 2% su base annua. Non sarà “costi quel che costi”, ma quasi. È in ogni caso difficile pensare che, se le economie tendessero a divenire negative, la politica monetaria delle banche centrali non agisca, per riportare la crescita delle economie stesse verso valori di segno positivo. Al momento, peraltro, chi governa le due banche centrali non può che manifestare un tono aggressivo. Che, almeno nell’immediato, qualche effetto positivo lo stanno avendo. Se ci si limita ad osservare l’andamento borsistico di venerdì 9 settembre.
A questo proposito, se le principali banche centrali, comprendendo anche quella londinese (non Tokyo perché sta attuando una politica monetaria opposta, per ora) propongono le medesime strategie, non si può escludere che anche i depositari di materie prime dovranno scendere a patti con chi le utilizza, se la loro domanda di materie prime scenderà via via. Resta il nodo della guerra Russia-Ucraina. Ogni volta che ci penso, mi sembra ancora incredibile, perché il citato nodo esiste, in effetti. E il suo peso sulla nostra inflazione (nostra di Eurozona) è rimarchevole. Anche perché le strade alternative da percorrere non sono immediate. Sia per trovare fornitori alternativi, sia probabilmente per la qualità del prodotto.
Nulla di grave, in realtà. Le fasi del Pianeta sono queste. Alla fase di ricchezza segue non proprio la povertà, ma una sensibile erosione della ricchezza prodotta in precedenza, e a seguire un ritorno a tempi migliori, etc. Per chi li ha vissuti, gli anni finali del secolo scorso hanno caratterizzato il nostro Paese abbastanza negativamente. Sia per situazioni di carattere politico, sia per stragi di vario
genere. La differenza, rispetto ai giorni nostri, è che molte persone hanno vissuto, direttamente o indirettamente, i due aspetti citati, in parte con sofferenza, in parte con paura. Discussioni e liti di carattere politico erano all’ordine del giorno. Poi finivano con arrabbiature, forse con rotture di amicizia, ma i conti correnti e la ricchezza a disposizione non calavano. Ora quanto accade altrove è sotto gli occhi di quanti leggono i quotidiani, ascoltano la radio o i vari telegiornali. Anche in questo caso c’è chi si arrabbia. Ma è peggiore l’arrabbiatura, allo scorrere del valore complessivo degli investimenti effettuati. E che, spesso, si trasforma in decisioni spesso affrettate o, peggio, dettate da necessità di reperire capitali, o per acquistare un’automobile o un appartamento, o altro ancora. Chi viceversa di pazienza ne ha e sa e può attendere tempi migliori, come anticipai sette giorni fa, probabilmente già nel 2024 s’inizierà a tornare verso situazioni favorevoli.

Prevedere è difficile e complesso, sia che si tratti del clima, sia di altri eventi non solo atmosferici. Il ragionamento vale anche e soprattutto per la componente finanziaria. Sensibile alle prospettive economiche, alle situazioni politiche, agli umori degli investitori, a loro volta condizionati da notizie, da ipotesi, e dalla loro natura, ottimistica o pessimistica. Una componente umana preferisce ridurre gli
investimenti, anche subendo minusvalenze. Altre no. Chi abbia scelto la giusta strategia lo si saprà tra in un futuro né lontano, né ravvicinato. Per chi non ha modificato gli investimenti effettuati, come già ricordato, l’appuntamento è al 2024. Quando, probabilmente, i nodi verranno al pettine o i capelli si potranno pettinare senza intoppi!

Elezioni, urne aperte (foto Settonce) - ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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