di Marco Brunacci
PERUGIA – Ma davvero Umbria jazz rischia la retrocessione dopo gli innegabili successi del suo cinquantesimo compleanno?
Come detto da Umbria7: è costata 6 milioni, forse pure qualche soldo in più, e gli incassi si sono fermati a 2,3 milioni. Perfino un buon risultato, ma preoccupante, abbastanza da aprire la finestra su un futuro gramo.
I motivi sono evidenti e sotto gli occhi di tutti.
Per un qualche motivo le sponsorizzazioni sono a “prezzi bassi e fissi”, per prendere in prestito uno slogan di successo. Per cui ottengono una visibilità in cambio di relativamente poco. Magari hanno più bisogno di avere buoni rapporti con i soggetti pubblici, piuttosto che diffondere il loro prodotto.
Col merchandising e con la ristorazione si può fare di più e meglio, ma parliamo comunque di spiccioli.
L’altro guaio evidente, segnalato più e più volte dal patron di Uj, Ramsete Pagnotta, è quello della mancanza di spazi. Spazi utili per diversi generi di spettacoli. Ma soprattutto uno spazio per realizzare eventi da decine di migliaia di spettatori. Quelli che permettono incassi “remunerativi”. Insomma, per capirsi: più incassi che spese.
Il resto è a spese di Regione, Comuni, Ministero.
E allora?
Le strade per uscirne sono due: più mercato e meno Stato (meno denaro pubblico). Oppure una legge nazionale che si faccia carico di Umbria jazz, grande marchio, onore e vanto della cultura musicale italiana, da difendere istituendo un fondo apposito come proposto dal senatore Zaffini (Fdi).
La seconda strada non è rapida, non è facile, ma sicuramente percorribile, visto le non poche manifestazioni che, negli anni, in un modo o nell’altro, si sono meritate un sostegno statale. Franco Zaffini immagina anche un iter. Ma pure degli interrogativi aperti.
Per altro, su questo punto, va anche detto che, regnante Marina Sereni, come ricorda sempre Umbria7, il Governo decise di contribuire con un milione all’anno alla manifestazione umbra. Mica poco.
Proviamo a vedere, allora, come si percorre la prima strada: gli spazi invocati da Pagnotta sono indispensabili. Un palasport vocato? Sì, ma soprattutto uno stadio accogliente per la musica. Considerando che siamo ancora nel limbo e non si sa che fine farà l’anziano e malridotto “Curi”, mentre si è in piena trattativa con la cordata Benigni, tutto va bollato come discorso prematuro. Anche se sul tema più urgente.
Chi ha più fantasia si inventi altre soluzioni, ma la strada “più mercato” passa da qui. Non c’è alternativa (per dare un’idea: un tal signor popstar, Harry Style, ha appena fatto il tutto esaurito in un campo di volo qui vicino dove entravano 130 mila persone).
Un incentivo al “più mercato” è anche dovuto al fatto che la Regione non può mantenere al livello di quest’anno i finanziamenti (900 mila euro, forse più).
Il discorso sugli sponsor, poi, è già fatto: in 50 anni, Uj si è presa lo scherzoso titolo di “Festival sovietico”, perchè ha avuto contribuenti a prezzi di mercato forse solo per un anno con Heineken.
Si deve ricominciare quasi da zero.
Per non precipitare dai fasti dell’edizione numero 50 alla più cupa austerity del numero 51, c’è davvero pochissimo tempo. Il presidente della Fondazione, avvocato Laurenzi, si può permettere non più di un paio di settimane di ferie. Poi al lavoro.
Ps. Naturalmente, per “più mercato” serve una formula più jazz, più fusion, più popolar. Ma qui di esperti di musica ce n’è tanti. E non avranno problemi a inaugurare tutti i nuovi corsi possibili.


