TERNI – Il primo spazio della cultura a riaprire sarà il Palazzo di Primavera. A maggio. Poi sarà la volta dell’ex chiesa del Carmine, chiusa nel 2017, dichiarata inagibile nel 2019 e reclamata dalle associazioni musicali per la speciale acustica. Un’ architettura con navata unica trasformata in una sala auditorium da 169 posti (con arco triofnale e palco, tre cappelle per lato, l’organo, la cantoria, la sagrestia e gli ambienti di servizio) connessa con le strutture murarie dell’anfiteatro Romano. E ricca di storia: la cupola venne decorata ad affresco da Ludovico Carosi, pittore ternano, nel Seicento, mentre la navata è coperta da una grande tela barocca di circa 150 metri quadrati di superficie, opera di Paolo Barla e Pietro Taloni, raffigurante la Madonna del Carmelo ed Elia sul carro di fuoco.
A seguito degli eventi sismici del 2016 si sono evidenziate lesioni sia in corrispondenza di un angolo del volume della sagrestia che su strutture lignee della copertura. Oltre ai lavori di adeguamento strutturale della copertura sono si stanno eseguendo opere di risanamento da infiltrazioni di umidità di risalita: un intervento del valore di un milione e 800mila euro – con i fondi del Pnrr – che include anche la sistemazione dei locali da destinare a camerini per gli artisti e l’allestimento della ex sagrestia come spazio espositivo o foyer dell’auditorium. I lavori, partiti a novembre 2023, che hanno permesso di risolvere anche i problema del degrado materico delle capriate, dovuto alla presenza di microrganismi (i cosiddetti “tarli” hanno infestato i legni e li stavano logorando provocando la riduzione della resistenza), termineranno entro dicembre 2024. A spiegare l’importanza del delicato intervento, il direttore tecnico Pompilio Mobilia: «L’unico elemento storico dell’ex chiesa del Carmine sono le capriate e per garantire la loro conservazione ed eliminare i tarli abbiamo utilizzato una tecnica innovativa che impiega due macchine termiche, un telo termico a copertura e le sonde negli elementi lignei. In pratica abbiamo portato le capriate a raggiunge gli 80 gradi così da far morire pure le uova dei tarli».





