di Gianluca Tuteri*
Rakus. Chi è costui?
Siamo nella foresta di Sumatra dove notoriamente non è semplice trovare medici e ospedali e così Rakus ha dovuto curarsi da solo una brutta ferita al volto. Nella foresta ha scelto un tipo di liana l’ha masticata e ha applicato la poltiglia sulla ferita, poi ha masticato a lungo e deglutito le foglie della stessa pianta, in ultimo si è adagiato per riposare. Azioni che non aveva mai fatto prima e mai visto fare. Qualche giorno dopo la ferita di Rakus era completamente guarita.
Rakus è un giovane orango tango.
La sua storia è dettagliatamente raccontata sulla rivista scientifica Nature.
La capacità di curarsi e prima ancora la ricerca di una cura specifica per specifici mali rappresentano a tutti gli effetti una conquista evolutiva condivisa dai primati: uomini e scimmie. Se ci pensate, i rimedi per la salute che noi umani utilizziamo oggi non sono poi così diversi nella loro essenza da quelli che conoscono e utilizzano anche Rakus e i suoi amici, se non per quanto di innovativo ci ha portato lo sviluppo tecnologico. Quello che invece, nel progresso delle cure ha a mio parere contraddistinto l’uomo è stata la sua capacità di elevare la cura da atto individuale a sistema sociale: superando i limiti dell’individualismo (che restringe l’orizzonte della salute a ciò che ogni singolo conosce o è in grado di procurarsi da solo con i mezzi che ha a disposizione) e riuscendo a sviluppare (e agire nella pratica) la coscienza collettiva di quanto la salute del singolo dipenda da quella di tutti (one health).
Se è vero dunque che la qualità del suo sistema sanitario dà misura del grado di sviluppo e dell’astuzia evolutiva che ogni società civile ha saputo realizzare, la disintegrazione, cui stiamo assistendo più o meno imperturbabili, dei Servizi Sanitari pubblici di tutto il continente dovrebbe invece lasciarci sgomenti ma anche convintamente coinvolti in riflessioni operative. In primis: sulla riorganizzazione delle cure tra ospedale e territorio (l’unica azione realmente tangibile dalla collettività e indispensabile all’efficientamento e la sostenibilità del SSN), sulla necessità di appartenere tutti (medici) con le stesse modalità contrattuali allo stesso sistema, sulla priorità e la distribuzione degli investimenti anche in ambito sociale, sulla gestione amministrativa meno politica e più sanitaria.
Trovandoci pronti (noi medici), anche a un nobile sacrificio personale nella prospettiva di un bene comune superiore. In piena consapevolezza, comunque, che, in alternativa, saremo semplicemente destinati in un futuro distopico (offuscati da una sorta di stolida e egoistica disattenzione) a tornare a essere dei pur rispettabili Rakus.
*Pediatra


