di Gianluca Tuteri, pediatra
Vorrei onorare il giorno della memoria con il racconto di un fatto di allora, una storia che ai più e’ forse sconosciuta ma che senza dubbio rappresenta a tutti gli effetti il prologo della shoah.
Aktion-T4: e’ la cronaca di una storia ripeto poco nota ma che ritengo utile conoscere innanzitutto per onorare anche quelle vittime e anche perchè a mio parere indispensabile per meglio comprendere il contesto in cui nasce la shoah. Si tratta di una complessa e micidiale operazione, una sorta di prova generale della più famosa “soluzione finale”. Vi consiglio di scoprirla nella magnifica interpretazione teatrale dell’attore Marco Paolini che potete trovare su youtube (Ausmerzen vite indegne di essere vissute).
Siamo in Germania e’ il 1933 e seguendo l’esempio degli Stati Uniti d’America e non solo, in Germania si procede con la sterilizzazione di 200.000 malati di mente in base alla legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie. Fate attenzione: vittime e carnefici, sono cittadini tedeschi dunque “meno altri di altri”. Il passo successivo avviene quasi automaticamente, dal 1939 al 1941 l’Ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale avviò il programma nazista di eugenetica per la soppressione di tutti i malati di mente e i bambini affetti da malattie genetiche, considerati “vite indegne di essere vissute”. Questa la motivazione comunicata alle persone coinvolte nel progetto: (medici di famiglia, ostetriche, infermieri, ecc): “….stante la profonda crisi economica che sussiste si rende necessario risparmiare i denari della comunità evitando di spendere per le persone improduttive…”.
Le segnalazioni dei casi sospetti venivano fatte da medici di famiglia, ostetriche, direttori dei manicomi. Al principio i parenti venivano tranquillizzati spiegando loro che i malati sarebbero stati ricoverati in ospedali specializzati dove avrebbero ricevuto cure innovative per la loro malattia, al tempo ritenuta incurabile. Poco dopo, dal primo luogo di ricovero, i pazienti, senza informare le famiglie, venivano trasferiti altrove per essere uccisi con iniezioni letali o durante il trasporto in autobus adibiti in camere a gas. Nei certificati di morte tutto appariva come “pulito” decesso per arresto cardiaco o broncopolmonite. Giungeva comunicazione del decesso e l’invito a ritirare le ceneri diverso tempo dopo la morte.
Dai documenti si sa di oltre 300.000 omicidi di ognuno di questi ci sono: nomi, cognomi, età, residenza, condizioni di salute, diario dei trattamenti subiti, causa di morte. Di fatto sembrerebbe fossero molti di più.
Perché questa strage è rimasta sempre sconosciuta ai più?
Forse perché non aggiungeva molto alle milioni di vittime dell’Olocausto? O forse perché gli autori di queste esecuzioni non erano sadiche SS o spietati gerarchi nazisti, ma si trattava di “brava gente”: medici, infermieri, ostetriche, comuni cittadini che svolgevano il loro dovere, il loro lavoro, il compito assegnato dai loro superiori, anche loro “brava gente”.
Al processo di Norimberga questi non hanno subito pene esemplari; è stato un bene o un male che siano stati condannati a pene modeste e perché? (una infermiera rea confessa di aver somministrato oltre 200 iniezioni letali a bambini e che aveva continuato nel suo compito anche dopo la fine della guerra, rivolge al giudice, la domanda: mi succederà qualcosa, d’altra parte io ho soltanto eseguito gli ordini; è stata condannata a 18 mesi di reclusione).
Queste condanne ci lasciano aperto un quesito, tra quella brava gente avrei potuto esserci anch’io e che avrei fatto?
Ovviamente tutti noi singolarmente siamo brave persone, con un’etica radicata nel nostro sentire quotidiano e abbiamo quindi le risposte a questa domanda. Certo, oggi. Ma in quelle situazioni? In quegli anni? Come ci saremmo comportati di fronte ad una legge dello stato da rispettare. Alla base di tutto ciò insiste una psicologia di gruppo estremamente pericolosa e purtroppo anche attuale: il conformismo etico: una forza del pensiero di massa pressoché insormontabile che spinge a condividere comportamenti collettivi, anche infami soprattutto da parte di soggetti in possesso di una modesta forza morale.
A questo scopo possono aiutarci due storie dell’epoca con due gruppi e due atteggiamenti diametralmente opposti tra loro: il battaglione 101 (racconta del primo battaglione tedesco che venne invitato ad eseguire con un solo colpo alla testa gli omicidi di donne, vecchi e bambini ebrei catturati nella città di Lublino. A questi riservisti, cittadini comuni di età media quarant’anni, venne permesso di rifiutare l’incarico, la maggioranza accettarono i pochi che rifiutarono lo fecero motivando una repulsione fisica al sangue e non questioni di etica o morale. Al contrario, Chambron, villaggio francese dove tutti i cittadini protessero dai rastrellamenti gli abitanti di origine ebraica opponendosi alle leggi tedesche e francesi a rischio della propria vita. Questi a mio parere sono due episodi chiarificatori di come la psicologia del gruppo sia diversa da quella del singolo, dimostra che le azioni non dipendono necessariamente dalla personalità di chi le attua, ma dal contesto, dal ruolo e dalle norme sociali.
E inoltre nei periodi di crisi mutano i parametri e si creano occasioni perché “certe idee” possano trovare cittadinanza, tolleranza come mai avrebbero potuto in altre circostanze. Idee che non dovrebbero esistere. E’ come se la situazione di crisi determinasse un abbassamento dell’attenzione delle coscienze. E questo deve essere un monito perché oggi vivendo in una profonda situazione di crisi con manifeste tensioni di piazza non si ritorni a parametrare le persone e a esporre la società al rischio del conformismo etico. Guai a chi per un bieco spirito utilitaristico sobilli, stimoli, ecciti gli animi della brava gente con il fine di soverchiare altra brava gente solo per una misura diversa, quale essa sia. Perché potrà sempre esserci un giorno in cui ognuno di noi potrebbe trovarsi parametrato per qualcosa.


