REDAZIONE DI TERNI
TERNI – Arvedi scopre le carte. Ed è una mano di gioco che manda all’aria tutto il tavolo. Quel tavolo che va avanti da almeno due anni e che è incentrato sull’accordo di programma per traghettare gli impianti di viale Brini nel prossimo decennio, con investimenti, tra pubblico e privato, che sfiorano il miliardo di euro. Di cui trecento milioni arriverebbero dal Ministero delle imprese e dall’Europa. Ma ora Arvedi fa saltare la trattativa.
Si concretizza il peggior incubo finora paventato dai sindacati e dalle istituzioni locali, con Regione e Comune in prima fila.
Si profila lo scenario più catastrofico, quello di un’azienda che non intendere sottoscrivere alcuna intesa pur di avere le mani libere per ristrutturare la fabbrica tagliando produzioni e posti di lavoro. La bomba di sabato 8 febbraio, arriva da una nota dell’amministratore delegato di Ast, Dimitri Menecali. Pochissime righe cariche di dinamite: «Nessuno può assumersi la responsabilità di firmare un accordo che non contenga la soluzione, contingente e strutturale, del costo dell’energia, poiché comprometterebbe la competitività, lo sviluppo, il rilancio dell’azienda e il futuro dei posti di lavoro».
L’esatto contrario del pressing portato avanti anche negli ultimi giorni dall’assessore regionale allo sviluppo economico Francesco De Rebotti e dal sindaco Stefano Bandecchi.
Un pressing rilanciato dal ministro delle imprese e del made in Italy che si era sbilanciato a tal punto da sostenere che l’accordo si sarebbe firmato entro la fine di febbraio. Ora arriva la smentita clamorosa, con Arvedi che definisce imprescindibile la questione del costo dell’energia. Un dono difficilissimo da sciogliere: il Governo ha già fatto sapere che non sono possibili tariffe agevolate ad hoc per Terni e che la questione energetica riguarda tutto il settore industriale italiano.
L’unica prospettiva possibile è la ricontrattazione dello sfruttamento idroelettrico con la creazione di una società pubblico-privata che gestisca le risorse idriche ed elettriche di Galleto. Una ipotesi attuabile non prima di due anni, quando andranno a scadenza i canoni attualmente in essere.
Si profila dunque un braccio di ferro che rischia di lasciare sul campo il futuro dello stabilimento di viale Brin.


