Giuseppe Croce – Sapienza Università di Roma
TERNI – Si torna a parlare del cosiddetto riequilibrio territoriale umbro, che consisterebbe nel passaggio di alcuni comuni dello Spoletino e della Valnerina dalla provincia di Perugia a quella di Terni. L’obiettivo sarebbe quello di rendere la provincia ternana più grande e, per effetto di questo, aumentare la fetta di risorse destinata a quest’ultima in sede regionale.
Certamente il tema del ruolo territoriale di Terni e delle articolazioni territoriali della parte meridionale dell’Umbria, in particolare il versante dell’Umbria Flaminia, è un tema decisivo se si vuole provare a ragionare di sviluppo in termini rilevanti non solo per Terni ma per tutto il Centro Italia. Ma questo è un ragionamento decisamente più ampio e interessante dell’idea semplicistica dello spostamento dei confini tra le due province.
Probabilmente tornare a parlare del passaggio di Spoleto con Terni serve soprattutto a raccogliere o tenere vivo qualche consenso, indipendentemente dal fatto che l’ipotesi venga poi concretizzata. Ma anche ove questo accadesse, cosa tutt’altro che semplice, è facile prevedere che non porterebbe nessuno dei benefici che si raccontano. Basta fare due conti. Oggi la provincia ternana pesa un quarto della popolazione regionale. Il passaggio di una quindicina di comuni, da Spoleto a Todi, da Trevi a Giano, da Norcia a Cascia, sposterebbe da una provincia all’altra soltanto il dieci percento della popolazione regionale. Alla fine di questa operazione, la provincia di Terni passerebbe dal 25% al 35% della popolazione regionale, pari a poco più di un terzo.
Davvero qualcuno crede che questo scalfirebbe il problema gravissimo del centralismo regionale umbro? E che si avrebbero dei benefici in termini di distribuzione procapite di risorse e servizi per l’area ternana e per la nuova provincia, diventata un po’ più larga? Si immagina che la posta in gioco sia la torta delle risorse regionali e che Terni possa avere una fetta più grande se la sua provincia allarga i confini. No, è sciocco pensare che la posta in gioco sia questa e illusorio credere che questa operazione modifichi le condizioni attuali.
Il centralismo regionale si basa su un accentramento di potere che ha ben diversi fondamenti, a partire, per fare un esempio, dalla legge elettorale regionale che, con le circoscrizioni uniche, mette nelle mani dei vertici regionali dei partiti il potere di definire le liste, così come quello di filtrare le carriere politiche. È nelle relazioni consociative tra le associazioni di rappresentanza degli interessi, le istituzioni regionali e pochi altri soggetti che va cercata la sede in cui si perpetuano, al riparo dal cambio delle maggioranze politiche, i giochi spartitori, legittimi ma venefici per l’economia umbra, che mortificano le richieste e le ambizioni dei territori e delle città della regione, a partire da quelle del secondo capoluogo.
L’ipotesi di riequilibrio territoriale non solo sarebbe inefficace ma è debole anche nella visione strategica che la sostiene. Essa si basa sull’idea che il ruolo territoriale e le prospettive di crescita delle città dell’Umbria debbano trovare una loro definizione e soddisfazione all’interno dei confini regionali. Questo è un assunto di partenza angusto e fuorviante perché non vede come la partita si debba giocare nel e con il Centro Italia. È il destino del Centro Italia a essere in gioco, con tutto il suo peso economico e geopolitico a livello nazionale e europeo, e sono le reti e le alleanze dei centri urbani di media dimensione di questa area che possono tentare di fermare e invertire il destino di declino che lo affligge. Lo sviluppo va oggi reinventato e non sarà il giochino dello spostamento di un confine a darci questo risultato.

