di Vincenzo Silvestrelli*
PERUGIA – Grande evidenza alla proposta «rivoluzionaria» della Sindaco di Perugia di inserire il salario minimo nei contratti di appalto e subappalto comunali. La grande evidenza social data alla notizia non deve trarre in inganno. Per incidere sulla realtà non bastano i post. Tutti ricordiamo la gioia di Di Maio quando, uscendo dal balcone di Palazzo Chigi, dichiarò «oggi aboliamo la povertà» dopo aver approvato il Def.
La nota della sindaco perugina sul salario minimo ha la stessa valenza pratica di quella dichiarazione.
Il Comune infatti non può legiferare su questa materia e quindi le sue affermazioni sono «flatus vocis», soffio di parole o anche «flatus mediorum», cioè soffi sui media o social media, visto che la parola è latina e quindi possiamo declinarla.
La questione del salario povero è però importante e merita attenzione vera. Per essere concreto basterebbe al Comune controllare che le ditte chiamate applichino i contratti nazionali di lavoro che prevedono compensi almeno uguali ma spesso maggiori a quelli definiti come salario minimo. Sarebbe utile inoltre che si introducano metodologie di gara, quando possibile data la sostanziale “stupidità” della burocrazia, che tengano conto di vari elementi, come la qualità del lavoro, i controlli ex post da effettuare e l’uso di corretti rapporti sindacali. Bisogna inoltre dire che vi sono anche forme di lavoro autonomo ”povero” che meritano tutela e che l’attuale sistema di liberismo selvaggio penalizza.
Sul salario minino concorda la UE, espressione istituzionale della finanza predatoria, e questo dovrebbe già indurre in sospetto. Alcuni dicono che «salario minimo» potrebbe essere il nome orweliano del salario «massimo».
*presidente associazione EticaMente


