Sede del nuovo ospedale di Terni/ Ma in Regione qualcuno la città la conosce o la vede su Google maps?

Lo sconcerto in città per il dibattito seguito alle dichiarazioni della Proietti. I tecnici della Regione sfiduciati, la sinistra si affida ai privati (emiliani), spendendo soldi pubblici (quanti?). Ed ecco il testo dello studio presentato

di Marco Brunacci

TERNI – Che insegnamenti si possono trarre dalla vicenda del nuovo ospedale di Terni e dallo studio commissionato dalla Regione Umbria a una società privata per individuare le aree idonee alla sua localizzazione (ammesso che l’opera veda mai la luce)? Più d’uno.

Primo.
La Regione Umbria, guidata da una maggioranza di centrosinistra, mostra una consolidata propensione ad affidarsi a soggetti privati. In sanità questo avviene spesso in modo silenzioso, come nel caso delle liste d’attesa, che vengono alleggerite quotidianamente grazie a prestazioni erogate fuori dal sistema pubblico.
Lo stesso schema si ripropone nella programmazione: per decisioni strategiche, come quella sul nuovo ospedale di Terni, la Regione ricorre a studi esterni, pagati con risorse pubbliche, nonostante disponga di strutture tecniche interne qualificate. Una scelta che pone una domanda legittima: perché non valorizzare le competenze già stipendiate dai cittadini? E, se queste competenze esistono, chi dovrà rispondere dell’ennesimo incarico esterno?

Secondo.
Lo studio individua cinque aree ritenute “idonee” e propone, per ciascuna, ipotesi progettuali di massima molto diverse tra loro per tipologia edilizia (ospedale verticale, orizzontale, a pettine) e sviluppo volumetrico. Tuttavia, il documento non fornisce una valutazione comparativa conclusiva, né chiarisce alcuni elementi decisivi per una scelta pubblica realmente trasparente.
In particolare, non viene esplicitato quali delle aree individuate siano di proprietà pubblica e quali private, né viene spiegato in modo chiaro come si sia giunti alla selezione delle aree private: se su iniziativa autonoma della società incaricata, se su indicazione preliminare della Regione o se a seguito di vere e proprie candidature da parte dei proprietari.
Un punto tutt’altro che secondario, perché dalla natura pubblica o privata dei suoli discendono tempi, costi, procedure espropriative o negoziali e, soprattutto, possibili conflitti di interesse che sarebbe doveroso prevenire a monte.

Terzo.
Sempre sul piano metodologico, lo studio – pur ricco di elaborazioni volumetriche e suggestioni progettuali – non entra nel merito di un’analisi strutturata della viabilità e dei flussi di traffico, limitandosi a indicazioni generiche sui tempi di percorrenza. Mancano valutazioni approfondite sulle condizioni reali di accessibilità nelle ore di punta, sui carichi già gravanti sulle principali direttrici urbane e sulla compatibilità tra traffico ordinario e traffico di emergenza.
Alcuni tecnici locali, anche di riconosciuta competenza, hanno osservato come certe valutazioni sembrino elaborate più su immagini satellitari che su una conoscenza diretta della città. È forse una battuta, ma il punto resta: decidere dove collocare il principale presidio sanitario del territorio richiederebbe un livello di approfondimento e di confronto con la realtà urbana di Terni ben più solido.

Quarto.
Ha inoltre destato sorpresa trasversale – tra politici e professionisti, di destra come di sinistra – l’inclusione di uno dei siti più distanti dal centro urbano. Una distanza che, se già significativa in condizioni normali, diventa enorme nelle ore di traffico intenso.
C’è chi si chiede se, prima di inserire quell’area tra le opzioni, qualcuno abbia mai percorso davvero via del Rivo o via del Centenario negli orari di punta. Perché, se l’accessibilità diventa un’odissea, allora tanto varrebbe – ironizzano in molti – spostare l’ospedale direttamente fuori città, magari a Narni.

Lo studio ora è pubblico.
Resta da sapere quanto sia costato ai cittadini umbri, ma soprattutto se servirà davvero a compiere una scelta chiara, trasparente e condivisa, oppure se finirà per essere l’ennesimo passaggio interlocutorio in una vicenda che Terni aspetta da anni di vedere finalmente risolta.

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