«Sulle rette psichiatriche non si può scaricare tutto sulle famiglie»

Il gruppo del Pd: «I pazienti patiscono l’inesigibilità di importanti poste di credito e il sindaco Bandecchi invece di procedere alla stesura di un regolamento vuole intentare una causa alla Regione. Una follia»

TERNI – Tra gli atti portati in discussione dal Pd in consiglio lo scorso 19 gennaio, c’è quello sulla stesura del regolamento comunale per la definizione delle fasce di compartecipazione per la quota sociale delle rette per i malati psichiatrici, inseriti in forma residenziale presso strutture convenzionate private, è stato sicuramente uno dei più rilevanti.

«La vicenda – scrivono i consiglieri – si rifà a quanto accaduto il 12 gennaio 2017, quando è stato redatto il DPCM atto a definire i nuovi LEA per le strutture sanitarie e socio-sanitarie, nuovi LEA che sono stati poi recepiti dalla Regione Umbria il 21 aprile 2017 e prevedono, per le strutture che ospitano i malati psichiatrici, una quota del 40 per cento delle spese a carico del Sistema sanitario nazionale e una quota del 60 per cento a carico del sociale, ovvero dei Comuni di appartenenza. Al fine di dare seguito alla nuova normativa, il 12 Aprile 2022 la Regione ha redatto il nuovo regolamento in materia di requisiti aggiuntivi e classificazione delle strutture sanitarie e socio-sanitarie con la disciplina che ha trovato piena attuazione ormai da gennaio 2024».

Quindi, a partire da quella data, la quota sociale del 60 per cento non viene più introitata dai gestori dei servizi con conseguenze economiche quantificabili anche oltre mille e 500 euro al mese per i pazienti, ovvero per le loro famiglie, le cooperative, le associazioni e le fondazioni che sostengono queste persone. Si assiste peraltro non di rado a mancati inserimenti di malati psichiatrici perché vengono collocati solo coloro i quali possono compartecipare alle spese dovute. Alla nostra richiesta quindi di stesura del regolamento comunale ci è stato risposto che le responsabilità ricadrebbero interamente sulla Regione, un’affermazione formalmente infondata e sostenuta su una libera interpretazione di una vecchia sentenza ottenuta dal Comune di Roma (in un percorso giurisdizionale e di merito completamente, peraltro, diverso) contro la Regione Lazio emessa antecedentemente l’entrata in vigore dei nuovi LEA e, quindi, non più attendibile.

«L’intenzione dell’amministrazione comunale – denunciano i Dem – non è quindi quella di procedere alla stesura del regolamento, ma anzi è quella di intentare una causa (non si capisce bene in quali tempi e con quali fondamenti di merito) contro l’amministrazione regionale umbra e contro l’Usl 2. Una decisione che non risolve le problematiche evidenziate che sono di natura economica, sociale e sanitaria. E che sposta l’ipotetica soluzione del problema a chissà quanto e ne subordina gli effetti ad una valutazione della magistratura. La nostra richiesta era infatti tesa a garantire sin da subito le cure ai pazienti, a gestire i soggetti interessati anche nell’interesse della comunità e a dare un sollievo economico a quanti se ne occupano, a partire dalle loro famiglie fino alle associazioni, fondazioni e cooperative. Che oggi patiscono – di fatto – l’inesigibilità di importanti poste di crediti. Non crediamo che quanto indicato dal sindaco rappresenti una soluzione alle problematiche esposte e continueremo quindi a chiedere al Comune di fare la propria parte, magari anche avviando un’interlocuzione con la regione finalizzata alla rimodulazione delle percentuali».

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