di Marco Brunacci
PERUGIA – Il tema è: ha bisogno di un nuovo Piano regolatore la città di Perugia che ne ha uno con lavori preparatori fin de siecle scorso ed è datato 2002?
Detta così pronti ad ascoltare tanti sì, ma non si farà e se si dovesse fare sconterebbe tali e tanti pregiudizi interamente ideologici, da far rimpiangere di averlo voluto.
Quindi, qui di seguito raccontiamo i motivi per cui i seguenti consiglieri oppositori al Comune di Perugia (Nilo Arcudi e Chiara Calzoni di Umbria Civica e Gianluca Tuteri del Gruppo misto), hanno sentito la necessità di rendere noto il loro progetto, per quanto complicato sia dargli un seguito con questa maggioranza.
- Il primo motivo: perché non è né di destra né di sinistra dire che un Piano, come quello vigente, pensato per la Grande Perugia da 300 mila abitanti, oggi, che si è ripiegato sugli attuali 160-170 mila, non ha più senso ed è doveroso intervenire con nuove normative.
- Oggi che ci sono nuove opportunità sul trasporto pubblico (con l’arrivo del Brt), è possibile realizzare un progetto che permetta di collegare, al massimo in una mezzora, ogni punto del Comune. E val la pena provare a realizzarlo.
- Bisogna prendere atto che la crescita della città può realisticamente passare, in primis, per le presenze di studenti, anche stranieri, in virtù della rinnovata energia delle due Università. Questo significa tornare ad attrezzarsi facendo scelte precise. Il nuovo rettore Marianelli progetti specifici ne ha appena presentati.
- La città cresce se le aziende possono qui nascere o qui trasferirsi e non essere costrette ad andare per forza a Corciano o piu lontano ancora. È fin troppo evidente che Perugia sa solo scoraggiare ogni tentativo, visto che per un nuovo insediamento produttivo o commerciale (la vicenda Ikea insegna) serve spesso una variante al Prg che arriva non prima di 3 (tre) anni. Un’eternità. E un motivo decisivo per mettere mano al nuovo Prg.
Ecco i motivi per mettersi al lavoro. Ma la priorità dell’attuale Giunta è quella di costituire Laboratori per le Case della partecipazione, su modelli che non hanno a che fare con la democrazia. Difficile attendersi un ripensamento operoso.


