ASSISI (Perugia) – Dalla città serafica parte l’appello per una economia etica che pensi alle fragilità. Ad Assisi, a ottocento anni dalla morte di San Francesco, economisti e ricercatori da oltre 30 Paesi hanno lanciato una provocazione che va ben oltre l’accademia: il sistema economico contemporaneo ha smesso di guardare alle persone.
Mentre i mercati globali inseguono algoritmi astratti, tra le mura del Serafico l’economia è tornata ‘carne’. La conferenza internazionale ‘At the Roots of Economic Ethics’ promossa dalla The Economy of Francesco Foundation e ospitata dalla realtà assisana dal 7 al 9 maggio, si è chiusa con un messaggio chiaro: non esiste futuro sostenibile senza rimettere al centro fragilità e redistribuzione. E non è un caso che il confronto si sia tenuto proprio al Serafico, luogo in cui inclusione e cura smettono di essere temi teorici per diventare esperienza quotidiana accanto a bambini e ragazzi con disabilità complesse. Qui, infatti, i grandi interrogativi sull’etica economica hanno trovato una traduzione concreta trasformando il luogo stesso della conferenza in parte del messaggio.
Tra gli interventi più incisivi quello dell’economista Luigino Bruni, che ha smontato il dogma del PIL indicando in San Francesco una figura ancora capace di interrogare radicalmente il capitalismo contemporaneo. “Se oggi Francesco potesse parlare agli economisti – ha spiegato – ricorderebbe che l’economia è solo una parte della vita, e non il suo tutto. Il denaro misura le cose meno importanti della vita perché quelle davvero essenziali non passano dal mercato”. Bruni ha parlato poi della necessità di un vero e proprio “bagno di umiltà”: rimettere i poveri e i fragili al centro non è un esercizio spirituale, ma l’unica via per salvare l’economia dalla sua stessa ossessione per la performance. Secondo l’economista, infatti, la povertà francescana non nasceva dal rifiuto ideologico della ricchezza, ma dal tentativo di costruire relazioni diverse con il potere e il denaro; una visione che oggi torna attuale nella società moderna attraversata da disuguaglianze crescenti e cultura dello scarto.
Non ha usato giri di parole il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, Felice Accrocca, secondo cui “la ricchezza nelle mani di pochi non è solo un’ingiustizia ma un’arma che ‘affama i popoli’”. Il suo richiamo al pensiero francescano è diventato così un manifesto politico contro il monopolio delle risorse, riportando la redistribuzione al centro del dibattito pubblico. Accrocca ha ricordato inoltre che tutto il percorso umano e spirituale di Francesco nacque proprio dall’incontro con la fragilità e con il dolore umano: “Quando Francesco divenne fragile – ha sottolineato – venne colpito dalla fragilità degli altri: è stato in quel momento che cambiò la sua vita. In questo modo emerge come la fragilità possa diventare una risorsa”.
Tra gli interventi più attuali quello dello storico Giacomo Todeschini, che ha messo in discussione una delle convinzioni più radicate dell’economia contemporanea: l’idea che il valore delle persone coincida con il loro valore di mercato. Secondo Todeschini, infatti, il pensiero francescano nasce proprio per contrastare una società fondata sull’accumulazione e sulla concentrazione della ricchezza, proponendo invece una visione in cui beni, relazioni e persone non vengono valutati esclusivamente in termini di profitto. “Non tutto ciò che il mercato considera marginale o improduttivo è privo di valore”, è il messaggio emerso dal suo intervento, che ha richiamato l’importanza della dignità umana e il pericolo rappresentato dalle nuove forme di esclusione sociale. Una visione, questa, condivisa anche da Francesca Di Maolo, presidente del Serafico, tra i fondatori della Fondazione Economy of Francesco, secondo cui “la disuguaglianza non nasce soltanto da una cattiva redistribuzione dei beni, ma anche dall’incapacità di riconoscere il valore intrinseco delle persone. Al Serafico lo vediamo ogni giorno: ci sono persone che il mercato rischia di considerare marginali, improduttive o persino invisibili, ma che custodiscono capacità, relazioni, desideri e possibilità di generare bene comune”. Secondo la presidente del Serafico, inoltre, “una società che non crea le condizioni affinché queste persone possano esprimere il proprio potenziale, non sta semplicemente producendo ingiustizia: sta impoverendo sé stessa sprecando una parte della propria ricchezza umana. È qui che entra in gioco il progetto di vita: costruire contesti, relazioni e opportunità che permettano a ogni persona di partecipare pienamente alla vita della comunità”.
Nel suo intervento dedicato all’‘Homo Mendicans’ Helen Alford, economista e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha sottolineato come il modello economico si sia trasformato in “tecnocrazia neutrale” e faccia fatica a interrogarsi sui fini ultimi dell’agire economico. Secondo Alford, infatti, il sistema contemporaneo produce una sorta di vuoto morale in cui persino i grandi leader economici finiscono per sentirsi ingranaggi senza responsabilità reale. Da qui, dunque, la proposta di recuperare una visione dell’economia fondata non sulla competizione permanente ma sulla partecipazione e sulla gratuità.
Un richiamo alla concretezza della santità sociale ha trovato eco nelle parole del vescovo emerito monsignor Domenico Sorrentino, secondo cui la vera svolta non arriverà da soluzioni puramente tecniche o burocratiche: “Non sarà un diplomatico, uno studioso o un eroe a salvare la società — ha sottolineato citando Toniolo — ma una comunità di santi”. Una provocazione che vuole ribaltare il paradigma attuale: i santi non come figure distanti, ma come costruttori di un’economia capace di far fiorire la casa comune.
La sfida lanciata dalla città serafica, dunque, non si chiude con la conferenza: tra il ‘capitalismo dei dati’ e l’avanzata dell’intelligenza artificiale – secondo anche alcune delle ricerche presentate dai giovani changemaker – la domanda lanciata ai grandi della Terra è impellente: vogliamo un’efficienza senza anima o un’umanità che sappia ancora includere? A questo interrogativo, a cui i giovani ad Assisi hanno provato a rispondere, si aggiungerà la ‘voce’ di Papa Leone XIV in un cammino comune, convinti che l’unica risposta valida possa essere data insieme.


